Gli investimenti italiani nella sanità digitale

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La spesa pubblica per la digitalizzazione della sanità in Italia è pari a 1,27 miliardi di euro: questo è il dato che emerge dal lavoro dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano[1]. Tale investimento, pari all’1,1% della spesa sanitaria pubblica, corrispondente a circa 21 euro per abitante, relativo all’anno 2016, mostra una contrazione del 5% rispetto all’anno 2015 (spesa 2015 pari a 1,34 miliardi di euro).

La suddivisione della spesa pubblica: 870 milioni di euro sono stati spesi dalle strutture sanitarie, 310 milioni di euro dalle Regioni, 72 milioni di euro dai Medici di Medicina Generale, mentre il Ministero della Salute ha utilizzato 16,6 milioni di euro.

I principali investimenti riguardanti la digitalizzazione delle Aziende Sanitarie sono costituiti dalla Cartella Clinica Elettronica (CCE), per la quale sono stati spesi 65 milioni di euro (anno 2016), e dall’offerta dei servizi digitali ai cittadini, corrispondenti ad una spesa pari a 14 milioni di euro nel 2016. In particolare ricordiamo che l’80% delle strutture offre il download dei referti online e che il 61% offre il servizio di prenotazione delle prestazioni tramite internet.

La telemedicina. I dati ottenuti dallo studio indicano un maggiore interesse e maggiori investimenti in questo campo nel 2016 rispetto al 2015. Il 39% delle Direzioni Strategiche ritiene infatti che il suo ruolo sia prioritario e la spesa, pari 13 milioni di euro nel 2015, ha raggiunto i 20 milioni di euro nel 2016. Le soluzioni di telemedicina più diffuse tra strutture ospedaliere e dipartimenti sono quelle di Teleconsulto (per un’azienda su tre sono presenti ormai a regime), mentre le soluzioni maggiormente avanzate, quali tele-riabilitazione e tele-assistenza risultano attualmente confinate a sperimentazioni, trovandosi rispettivamente, nel 10% e nell’8% delle aziende, ed il cui uso rimane ancora limitato principalmente a causa dell’assenza di tariffe dedicate. I Medici di Medicina Interna usano soprattutto il teleconsulto (16% di loro, il 4% con un uso frequente), tuttavia l’84% degli internisti vorrebbe poter usufruire di un servizio di teleconsulto con i Medici di Medicina Generale, in un ottica di continuità ospedale-territorio.

Big Data Analytics (BDA) & Business Intelligence (BI). L’investimento in questi settori è stato pari a 15 milioni di euro nel 2016 ed il 36% delle Direzioni Strategiche pensa che sia prioritario sviluppare questo settore, mostrando un maggiore interesse al riguardo rispetto all’anno precedente (31%). Ricordiamo in particolare l’uso di database amministrativi, usati nel 78% delle aziende del campione, mentre risultano ancora poco diffuse le applicazioni di BI che raccolgono i dati da Social Media e Wereable, su cui solo il 6% ed il 4% delle strutture sanitarie risultano interessate a investire nel prossimo biennio. Infine evidenziamo che anche le soluzioni di Big Data Analytics si diffondono faticosamente: i dati provenienti dalla CCE e dai registri degli studi clinici vengono usati nella ricerca scientifica solo nel 15% dei casi.

Ostacoli da superare per poter innovare. Secondo le Direzioni Strategiche delle strutture sanitarie, oltre ai ritardi normativi, le barriere all’innovazione sarebbero rappresentate principalmente dalla carenza di risorse economiche (65%) e umane (50%). Secondo i dati pubblicati, il 73% degli internisti pensa che quello economico costituisca l’ostacolo più rilevante, mentre al 34% delle Direzioni Strategiche, al 43% degli internisti e al 51% dei MMG pesa molto la bassa preparazione degli addetti ai lavori[2].

Investire sulla sanità digitale, non solo in termini di risorse economiche ma anche umane, appare ormai di fondamentale importanza per favorire la decentralizzazione dei servizi, all’interno di un SSN che sta passando sempre più da un sistema ospedalo-centrico ad uno basato sul territorio. Investire in questo tipo di attività favorirebbe, anche secondo i medici, il processo di continuità ospedale-territorio, in grado di migliorare la gestione delle patologie croniche e diminuire i ricoveri ospedalieri dovuti alle riacutizzazioni. 

Informazioni sull'Autore

Cinzia ARU

Laureata in Biotecnologie Mediche presso l'Università di Tor Vergata nel 2012, ha conseguito un master in Management e Marketing Farmaceutico nel 2013. Il forte interesse verso gli aspetti giuridici ed economici del farmaco ne ha promosso il passaggio dalla ricerca di laboratorio, riguardante soprattutto nanotecnologie e cellule staminali, alla consulenza. Dal 2014 svolge attività di consulenza in ambito farmaceutico/sanitario mirata alla promozione dell'innovazione.

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