Ricatto a Netflix

ORANGEAlla fine di aprile un hacker, tentando un ricatto ai danni di Netflix, ha dimostrato la validità del suo modello di business basato sull’abbonamento per la distribuzione di contenuti, e soprattutto che quest-ultimo rende inutile la pirateria.

Qualcuno, che si è presentato come TheDarkOverlord, ha sottratto 10 episodi (su un totale di 13) della nuova stagione della popolare serie Orange is the new black da uno studio di post produzione, chiedendo un riscatto. Al rifiuto di Netflix di pagare TheDarkOverlord ha messo a disposizione il materiale su Pirate Bay per chiunque possedesse un client torrent per il download. Netflix non sembra dover rimpiangere la sua decisione, né questa minaccia impensierisce altri operatori, pure finiti nel mirino degli hacker, come Fox, National Geographic e ABC. Difficilmente qualcuno dei clienti di Netflix taglierà il proprio abbonamento a causa di questo leak. Al peggio – secondo i punti divista – la nuova serie verrà messa a disposizione dei clienti prima del previsto. Ben diversamente si concluse un’analoga vicenda che ha visto coinvolta Sony nel 2014, dimostrando i danni della pirateria sul settore dell’intrattenimento

Da questa vicenda si possono trarre alcune considerazioni. La prima riguarda l’andamento del traffico file sharing. Secondo il Sandvine’s Global Internet Phenomena Report, l’anno scorso il traffico BitTorrent non arrivava al 2% del totale durante le ore di picco del downstream (il dato si riferisce al Nord America), mentre nel 2003 il traffico peer to peer era pari al 60%. Netflix da solo è responsabile di oltre il 35% del traffico in downstream. Secondo il Global consumer traffic di Cisco, il file sharing sarà l’unica componente del traffico internet a non crescere in termini assoluti.

I contenuti di Netflix sono oggetto di pirateria da quando l’azienda ha iniziato a produrne, ma questo non ha mai scalfito il suo business. Netflix ha senz’altro le risorse per ingaggiare una battaglia legale contro i pirati, ma quanti sarano a volersi avventurare nei torrent – rischiando virus, malaware, nonchè problemi col proprio provider e addirittura con la legge, soprattutto in europa? È notizia recente l’approvazione di una norma, nel Regno Unito, che inasprisce le pene per chi pratica il file sharing fino a 10 anni di reclusione, mentre in Italia una recente sentenza ha condannato a 8 mesi di reclusione e al pagamento di un’ammenda il gestore di un sito che offriva accesso illegale a un archivio cinematografico

E certamente nessuno rinuncerà al proprio abbonamento a Netflix solo perchè una serie (una parte di una serie) è accessibile gratuitamente attraverso una tecnologia sempre meno popolare e popolare, che non permette lo streaming istantaneo. Probabilmente questo si verificherebbe solo se tutto il catalogo di Netflix fosse immediatamente disponibile in streaming gratuito.

É lo stesso business model di Netflix a metterlo al riparo dalla pirateria. In un recente articolo apparso su Bloomberg, viene ricordato come per 15 anni in passato Adobe ha tentato di vendere un costosissimo software per il ritocco delle immagini. E per 15 anni tutti hanno utilizzato copie pirata di questo software. Ora che quello stesso software viene venduto come un sevizio in cambio di un abbonamento mensile, gli utenti lo pagano più (o meno) volentieri. L’azienda ha dichiarato che quando ha cominciato a considerare la pirateria come un problema di buisiness, ha trovato la soluzione per affrontarla efficacemente, adottando un modello subscription based.

Questo stesso passaggio è stato realizzato, in maniera forse più traumatica e meno indolore, anche dall’industria musicale. In tal caso il settore ha perso molte risorse nel passaggio allo streaming, anche perché inizialmente si era creduto di poter generare ricavi dalla pubblicità. Svanita quest’illusione, i ricavi da streaming sono in rapido aumento, e artisti e aziende discografiche sono ben felici di collaborare con i servizi di streaming (quando non costruiscono i propri, come Tidal). Dunque, ci sono sempre più canzoni e artisti su servizi come spotify e Apple Music, e anche meno pirateria. Secondo alcuni studi, nel 2016 c’è stato un declino del 6% nelle visite a siti musicali pirata, inclusi i servizi di “stream ripping” che offrono streaming illegali.

Allo stesso modo la pirateria è stata quasi eliminata dal settore dei videogiochi, grazie all’avvento di servizi semplici da usare ed economici come Steam. Al suo ideatore, Gabe Newell, è attribuita una celebre citazione sul tema: la pirateria è un problema di servizio. Se la pirateria non è stata completamente eliminata, tuttavia oggi viene vista come l’alternativa peggiore,anche in termini di qualità.

Nel caso dei servizi video, la pirateria sta lentamente calando grazie a tutti quei servizi Svod che hanno aumentato l’offerta per i clienti e hanno iniziato a produrre contenuti originali. Anche i social media come Facebook e Twitter stanno investendo su questo tipo di offerte in streaming per fidelizzare la propria base clienti.

Ci saranno sempre persone che consumeranno contenuti pirata, perché sono particolarmente contrarie a pagare una somma per uanto minima. Ma la maggior parte dei consumatori è motivata dalla convenienza. I servizi in abbonamento non costano molto, sono facili e sicuri da usare. Mentre trovare contenuti con una qualità video decente su siti pirata, senza essere travolti da pubblicità invadente e correndo il rischio di incappare in una infezione da malaware è un’impresa ardua. E in molti ormai si rivolgono alla piratria come ultima istanza, quando il contenuto che cercano non è proprio disponibile presso nessuno dei servizi legali.

Il settore video rimane comunque il più vulnerabile alla pirateria: nel 2016 le visite a siti pirata che offrivano film pirata sono state quai sei volte superiori a quelle a siti pirata sul versante musicale. E inoltre, se oggetto del ricatto fosse stato il prossimo episodio di Star Wars, Walt Disney Studios sarebbe molto più preoccupato di quanto non sia stato Netfix di fronte al furto di Orange is the new Black. Che forse non si è rivelato l’ostaggio ideale. Nessuno cancella l’abbonamento a Netflix in cambio di un’anteprima di “Orange”, che è serie di culto più amata per le personalità dei protagonisti che per lo sviluppo della trama. Forse gli effetti sarebbero stati più dramatici se oggetto del ricatto fosse stata la settima stagione di Game of Thrones. Ma neanche di questo si può essere sicuri. Pare che anticipazioni della sceneggiatura siano disponibili da mesi su Reddit, senza che Hbo abbia battuto ciglio. Del resto la serie aveva già sofferto di un grande spoiler – essendo basato su romanzi pubblicati da tempo – riuscendo comunque a generare un gran successo di pubblico.

E non dimentichiamo l’aspetto social. I pochi che hanno guardato gli episodi pirata di “Orange”, con chi possono parlarne? Il vero dibattito inizierà su Facebook il 9 giugno, quando la serie sarà regolarmente disponibile su Netflix.

Insomma, Netflix non ha pagato il riscatto perché sapeva benissimo cosa sarebbe successo non pagando: nulla.

Articolo scritto con Giulia Berni

 

Informazioni sull'Autore

Bruno ZAMBARDINO

Esperto nel campo dell’economia dei media e della cultura, docente di economia ed organizzazione del cinema e della televisione presso la Sapienza Università di Roma.

zambardino@i-com.it twitter @BrunoZambardino

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