L’equità di genere nelle Pubbliche Amministrazioni. A che punto siamo?

Articolo blog
Ginluca SGUEO

Il 55% dei funzionari delle pubbliche amministrazioni è donna, con scuola e sanità in prima posizione: rispettivamente al 78% e 64%. Va meglio il nord, con il 62,5% del totale, 14 punti percentuali più del Mezzogiorno, fermo al 48%. Le regioni del centro sono al 53,5%.

La percentuale è positiva anche per la Presidenza del Consiglio, i ministeri e le prefetture, dove i funzionari donna superano sempre la metà dei dipendenti. Raggiungono il 51,4% a Palazzo Chigi, il 52,4% nel comparto ministeriale e il 54,5% nella carriera prefettizia. Nota dolente, invece, per i Vigili del fuoco, la Polizia e le forze armate dove, nel migliore dei casi, le donne sono il 10%. Anche nella carriera diplomatica, nonostante un incremento di presenza femminile dal 15% del 2007 al 18,3% del 2011, l’obiettivo della parità di genere è ancora lontano.

Il rapporto sull’equità di genere nel settore pubblico, diffuso lunedì dall’Istituto per le ricerche sulla pubblica amministrazione (Irpa), fotografa una pubblica amministrazione in cui la presenza femminile è in crescita, ma non sempre è valorizzata. Mentre alla Presidenza del Consiglio è “rosa” il 51,2% degli incarichi dirigenziali di prima fascia e il 37% di quelli apicali, a livello ministeriale gli incarichi di dirigente generale spettano a donne solo nel 42% dei casi (che diventa 30% per quelli apicali). A fronte di ministeri più attenti all’equità di genere – la Giustizia ad esempio, dove la dirigenza femminile raggiunge il 50% – ce ne sono altri, come l’Agricoltura e l’Ambiente, dove nel 2011 (ultimo dato disponibile) non era presente nemmeno un dirigente donna. Stesso risultato per la carriera diplomatica, che registra solo il 3,2% di presenza femminile tra gli ambasciatori e l’8% tra i ministri plenipotenziari.

Il rapporto Irpa ci dice infine che sono prevalentemente le donne a richiedere il part-time (82%) e a usufruire di forme flessibili di contratto (ad eccezione delle consulenze, che restano prevalentemente maschili, con il 62%). Un dato che aiuta a spiegare il differenziale retributivo medio uomini-donne, di poco superiore al 4% a favore dei primi.

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