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Giovanni GANGEMI

Alcuni giornali hanno riportato nei giorni scorsi la notizia degli 1,8 di euro di tasse che Google ha versato nelle casse dello Stato nel 2012, in base ad un fatturato di poco più di 50 milioni, mentre i guadagni reali che il gigante di Mountain View sviluppa nel nostro Paese sono di gran lunga maggiori (almeno 10 volte). Molti hanno accolto con una qualche sorpresa un fatto che in realtà è noto da tempo e che certamente non riguarda solo Google, ma una serie di player protagonisti della new economy. La sede fiscale dove si fatturano i guadagni non coincide con il Paese o con i Paesi dove questi guadagni sono generati. Google si è stabilita in Irlanda, così come Apple eBay ed Amazon in Lussemburgo. Accade così che Google Ireland Ltd fatturi nel 2011 qualcosa come 12,5 miliardi di euro, una fetta cospicua dei circa 150 miliardi di euro dell’intero PIL della Repubblica d’Irlanda.

La cosa, evidentemente, non riguarda solo l’Italia. In Francia, il ministro per l’economia digitale Fleur Pellerin proprio nei giorni scorsi ha dichiarato di volere sanare le asimmetrie tra multinazionali del web ed operatori tradizionali (nazionali) in materia fiscale, mentre nel Regno Unito il Public Accounts Committee, la commissione parlamentare incaricata di fare luce su questa materia, ha recentemente pubblicato il suo rapporto. E persino negli Stati Uniti, la stessa Apple è finita sotto accusa per eludere il fisco statunitense.

E’ certamente vero che per i sistemi nazionali vedersi scappare dalle mani alcune centinaia di milioni di euro, quando non miliardi, non è ammissibile, specie ai tempi della crisi. Così come è vero che soggetti che già poggiano su economie di scala molto grandi acquisiscono, grazie a queste pratiche, un vantaggio competitivo rispetto ad altri soggetti. Occorre però ricordare che tutto ciò al limite aggira le regole, ma non le viola. Il problema esiste, è inutile negarlo, ma è anche necessario che i policy maker prendano coscienza delle ragioni alla base delle scelte delle multinazionali. Punirle e pretendere che si adeguino ai regimi fiscali più esigenti – uno a caso: l’Italia – quando possono pagare la metà delle tasse semplicemente spostando il loro domicilio fiscale in altri Paesi rischia di essere un ottimo pretesto per questi soggetti per andarsene altrove. E’ necessario invece lavorare ad un giusto punto di equilibrio e creare le condizioni affinché – almeno all’interno dell’Unione Europea – si crei un contesto fiscale armonizzato che combatta le differenze tra gli Stati e dia alle imprese condizioni favorevoli. Non sono in ballo solo (tanti) soldi, ma anche lo sviluppo della parte più innovativa e creativa dell’industria.

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