L’accordo commerciale tra Europa e Cina mette a nudo le contraddizioni della politica ambientale UE

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Nello scorso weekend, si è consumato l’accordo tra Unione Europea e Cina che dovrebbe porre fine alla guerra commerciale scoppiata sui pannelli solari, inseguito alla decisione primaverile di Bruxelles di imporre sui pannelli importati dalla Cina dazi medi dell’11,8%, in procinto di esplodere al 47,6% a partire dal 6 agosto in mancanza di un compromesso. E di estendersi ad altri settori nel caso più che probabile di ritorsioni da parte di Pechino, accusata di sussidiare beni venduti in Europa al di sotto del reale prezzo di mercato (un caso da manuale di dumping).

Aver sventato un duro scontro con il partner commerciale più dinamico, in una fase recessiva come questa, è certamente una buona notizia per l’Europa. I termini concreti dell’accordo, ancora non divulgati, in attesa dell’approvazione ufficiale da parte della Commissione europea, destano però non pochi dubbi. Rischiando di regalare alla vicenda un finale ancora peggiore rispetto all’inizio. Infatti, l’accordo di limitare l’import dalla Cina a 7 GW annuali (a un prezzo minimo di 56 centesimi per watt) nella migliore delle ipotesi non cambia troppo i termini di un mercato che quest’anno assorbirà non più di 10-12 GW (più o meno la metà rispetto ai 22,4 del 2011); nella peggiore rischia di danneggiare in un colpo solo i consumatori, i produttori di polisilicio che esportano alle aziende cinesi, le aziende europee di installazione e manutenzione degli impianti e in ultima analisi la causa ambientale in nome della quale l’Europa si è sobbarcata decine di miliardi di oneri annuali solo per il fotovoltaico. Con grande giubilo soprattutto dei produttori cinesi di pannelli, che si sono visti staccare un mega assegno nel solo 2011 di 21 miliardi di dollari (poco più del 5% dell’export totale cinese verso l’Europa). Nel frattempo sono fallite una trentina di aziende europee e perfino colossi come Siemens si sono dovuti leccare le ferite per aver visto nel solare un business più profittevole di quanto si sia fin qui rivelato da questa parte del mondo. D’altronde un destino condiviso con altri Paesi come gli Stati Uniti, che hanno puntato sull’energia solare come driver di crescita e di posti di lavoro (senza però drogare a proprie spese la domanda, visto che negli USA la capacità installata attuale è la metà di quella italiana e un quarto di quella tedesca). Salvo poi essere spiazzati dalla concorrenza cinese e dalla bolla del mercato, che dopo il picco del 2011 si è nettamente ridimensionato (anche perché l’Europa, senza soluzioni di continuità creatrice e distruttrice della bolla, da sola rappresenta metà della domanda).

Ma se la politica americana nella partita è stata almeno coerente (hanno visto nel settore un occasione di sviluppo più che uno strumento ambientale e dunque i dazi sono una conseguenza comprensibile, anche se dalla dubbia efficacia, rispetto a una disillusione commerciale), la strategia europea si è rivelata piuttosto contraddittoria, almeno per due ordini di motivi.

Concedendo sussidi molto elevati, l’Europa (o meglio alcuni Paesi non di secondo piano, con in testa Germania, Italia e Spagna) ha steso per anni un tappeto rosso per le aziende cinesi che si sono affacciate sul mercato, senza sospettare minimamente comportamenti di dumping che successivamente ha finto di scoprire con sdegno. Ripiegare in tutta fretta il tappeto una volta che è stato calpestato milioni di volte (o meglio decine di miliardi, vista l’entità del deficit solare europeo con la Cina) è una politica tardiva che non riporterà in vita le imprese travolte da uno tsunami che è di provenienza asiatica ma che è stato altrettanto indubitabilmente originato da un terremoto che in Europa ha avuto il suo epicentro.

Inoltre, la guerra commerciale prima e l’accordo dopo palesano una notevole confusione sulle priorità europee in materia di rinnovabili e più in generale di politica ambientale ed industriale. Per Bruxelles è più importante proteggere i consumatori o i produttori? E’ più rilevante l’obiettivo ambientale o quello industriale, sotteso alle scelte sul tasso di penetrazione delle rinnovabili nel sistema energetico? I termini dell’accordo farebbero propendere maggiormente per le seconde risposte (anche se ciò smentirebbe totalmente la retorica ufficiale di una Commissione europea indomita protettrice degli interessi dei consumatori e dei destini ambientali del pianeta). A meno che dietro l’accordo abbiano prevalso ragioni ulteriori, come la minaccia credibile da parte cinese di colpire altri settori, che godono forse di maggiori tutele presso i Governi e le istituzioni comunitarie, e il tentativo da parte di Bruxelles di trovare una via di uscita onorevole a una vicenda che non si teneva troppo in piedi fin dall’inizio. Di certo, in questo caso esce fuori la scarsa legittimità democratica di alcune decisioni comunitarie. Che dovrebbero quantomeno essere motivate in maniera chiara e trasparente. Sempre che si riesca a trarre un quadro d’insieme coerente dal pasticcio che è avvenuto.

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