Gli interessi comuni tra imprese e amministrazioni locali

A cavallo tra il 2012 e il 2013 I-Com e Cittalia hanno realizzato uno studio sul lobbying esercitato sul territorio. Benché il tema del lobbying sia ormai “battuto”, pochissimi si sono dedicati all’approfondimento delle interazioni tra interessi privati e territorio. Eppure i punti interrogativi non mancano. La ricerca (che potete leggere Qui) – e più recentemente un articolo pubblicato su Comuni italiani a firma di Sgueo e Allulli (lo trovate Qui) – ne ha trovati 5:

a) Primo quesito: quali sono i modi e gli strumenti attraverso cui si svolgono le attività di pressione presso le amministrazioni territoriali? La risposta a questa domanda ha consentito di elaborare una definizione consolidata di lobbying a livello territoriale e delle criticità che presenta.

b) Secondo quesito: qual è il grado di legittimazione democratica delle dinamiche di lobbying? Per rispondere la ricerca ha preso in esame soprattutto le criticità che presenta il lobbying a livello territoriale.

c) Terzo quesito: le attività di lobbying possono determinare processi di innovazione e mutamento nelle politiche pubbliche? In che misura le amministrazioni territoriali percepiscono le pressioni come strumento di innovazione? 

d) Quarto quesito: quali sono le necessità espresse da attori privati e attori istituzionali? La risposta a questo interrogativo ha consentito di analizzare le esigenze che muovono le relazioni tra attori privati e i poteri pubblici e, in base a quelle, valutare la prontezza e la qualità degli esiti del processo.

e) Quinto quesito: quali sono gli strumenti di regolazione (più o meno formale) delle attività di lobbying che usano le amministrazioni locali? Questi strumenti corrispondono a quelli di cui necessitano gli attori coinvolti? 

La ricerca (e poi l’articolo) si è articolata in due fasi distinte. Durante la prima fase sono stati presi in considerazione gli strumenti di regolazione (delibere, regolamenti, determinazioni dirigenziali) predisposti a livello locale per l’interazione con i rappresentanti di interessi. La seconda fase è consistita in una rilevazione sul campo, prendendo in esame i casi di tre comuni italiani. Si tratta del Comune di Reggio Emilia, del Comune di Udine e del Comune di Bari. In ciascuno di questi contesti sono stati selezionati 2 settori di policy nel cui ambito sono state analizzate le dinamiche di lobbying. I settori di policy selezionati sono stati: i) le politiche di piani- ficazione urbana e ii) le politiche energetiche e la re- lativa pianificazione.

Le conclusioni sono interessanti e possono essere sintetizzati in tre elementi analitici principali:

(1) In primo luogo, è stata riscontrata sul territorio l’esistenza di molteplici strumenti di accesso degli attori non istituzionali al policy-making. In qualche misura questi strumenti possono già rappresentare modelli di relazioni trasparenti e virtuose tra attori privati e attori pubblici. I possibili esempi spaziano dai canali di partecipazione aperti dalla legge regionale 69/2007 in Toscana, ai Forum nella pianificazione urbanistica a Reggio Emilia. Sono però in molti casi strumenti ibridi, oppure incompleti o parziali. Nessuno di questi è in grado di offrire un meta-modello di riferimento adattabile a più contesti ed esigenze diverse. Prevale cioè la tendenza alla frammentarietà rispetto a quella dell’inclusione.

(2) In secondo luogo emerge che l’accesso degli attori privati ai processi decisionali è tendenzialmente poco strutturato e caratterizzato da risorse cognitive insufficienti. Di qui l’esigenza di attività formative che consentano di costruire competenze nell’ambito della sfera pubblica circa strumenti normativi e requisiti etici nei processi di lobbying. Esigenza di formazione che, dal lato pubblico, si scontra con i problemi noti agli amministratori locali: budget insufficienti, scarsità di risorse umane e, talora, modesta capacità di impatto dovuta al sostanziale equilibrio tra forze politiche di diversa provenienza. Dal lato privato c’è maggiore sensibilità al tema, ma anche consapevolezza del fatto che un processo di accrescimento delle conoscenze unilaterale – rivolto cioè ai soli operatori privati – non produrrebbe i risultati sperati.

Il terzo elemento che si ricava dalla ricerca riguarda l’opportunità dell’apertura di un dibattito circa eventuali forme di regolazione delle attività di lobbying, che preveda (come accade in diverse realtà europee) la registrazione di individui e gruppi intenzionati a intervenire nei processi di decisione politica. Al pari di quanto accade a livello nazionale, tuttavia, l’idea di una regolazione puntuale si scontra con l’esigenza di appianare divergenze radicate: sul tema del finanziamento ai partiti politici, sull’obbligatorietà dell’iscrizione ai registri, sulle sanzioni per i trasgressori e sul livello di trasparenza richiesto ai decisori pubblici (a fronte di un carico di responsabilità e doveri non indifferente a carico dei lobbisti).

I processi di lobbying, al di là di facili retoriche denigratorie, comportano rischi e opportunità per le politiche pubbliche. I rischi sono quelli noti, relativi alla trasparenza dei processi decisionali e all’indipendenza della politica dagli interessi economici. Le opportunità, meno dibattute, attengono ai processi di innovazione che l’incontro tra attori pubblici e attori privati può determinare nelle politiche: si pensi alle aziende portatrici di innovazione nel campo dell’efficienza energetica, o dell’information technology, o della mobilità intelligente. Processi decisionali inclusivi e trasparenti possono contribuire ad affrontare i rischi, e a non disperdere le opportunità.

Direttore Area Istituzioni dell'Istituto per la Competitività (I-Com). E’ Professore in “Media, Activism & Democracy” presso la New York University – Florence, e Professore in “Global Advocacy” presso la Vrije Universiteit di Brussels.

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