Che succede se le porte girano bene?

Articolo blog
Gianluca SGUEO

Uno dei temi più noti a chi studia il lobbying è quello delle revolving doors. Le famose porte girevoli. Ossia il passaggio da incarichi pubblici a incarichi privati, quasi sempre nelle relazioni istituzionali. I legislatori, soprattutto quello statunitense, sono stati sempre molto attenti a limitare questa possibilità. L’Ethics in Government Act del 1978 (amministrazione Nixon) limitava la possibilità per gli ex funzionari di rappresentare interessi privati presso i loro vecchi datori di lavoro. Due anni prima, nel 1976, il Congresso aveva approvato il Government in Sunshine Act. Nel 1996 è il turno del Procurement Integrity Act (che riguarda i funzionari con incarichi nel settore degli appalti pubblici). Nel 2007 è stato approvato l’Honest Leadership and Open Government Act, che estende il periodo dicooling off imposto dalla legge agli ex funzionari prima che possano assumere un incarico privato. Infine nel 2010 il Senato ha discusso – senza approvare – il Close the Revolving Door Act, con ulteriori limiti a carico dei funzionari di governo.

Ma siamo sicuri che ci sia davvero un rischio così grande? Recentemente qualcuno ha provato a minimizzare i rischi delle porte girevoli, sottolineando l’attenzione eccessiva nei confronti del tema e le ragioni per cui, in realtà, si tratterebbe di un “non-problema” (Qui l’articolo di David Zaring). Ecco i tre motivi secondo cui il problema è fortemente sovrastimato:

(1) Primo, perché per i titolari di incarichi pubblici (a qualsiasi livello) è difficile poter resistere alle pressioni dei vertici nel fare un lavoro di qualità e quantità. Zaring porta l’esempio di Rudolph Giuliani e Eliot Spitzer. Entrambi, da prosecutors, si sono costruiti una fama tale da poter successivamente ambire, e ottenere, incarichi politici di prestigio.

(2) In secondo luogo perché, numeri alla mano, la porzione di funzionari che cambia incarico è minima rispetto alla totalità dei funzionari di ciascuna amministrazione. Nel 2012 ad esempio la no-profit Open Secrets ha censito 140 funzionari dell’Environmental Protection Agency che sono passati attraverso il meccanismo delle porte girevoli. Rispetto ai 17mila funzionari che dal 1980 (data di inizio dello studio di Open Secrets) al 2012 hanno lavorato presso l’agenzia è un numero irrisorio. Non solo. La durata media in servizio di coloro che danno le dimissioni dall’EPA per svolgere un incarico in qualche azienda è di 6,51 anni. Coloro che cambiano incarico, restando nel pubblico, lavorano per l’agenzia 7,55 anni. Coloro che vengono licenziati in media hanno prestato il loro servizio 8,62 anni. Infine, chi va in pensione o decede mentre è in servizio ha, rispettivamente, 23,72 anni e 17,54 anni di carriera alle spalle. In pratica, anche se può sembrare scontato, il dato ci dice che coloro che lasciano l’agenzia per altri incarichi spendono al suo interno un tempo relativamente breve. Soprattutto se paragonato con tutte le altre tipologie di funzionari che non cambiano incarico.

(3) Il terzo motivo, più difficile da quantificare in numeri, è frutto di un ragionamento logico. È più semplice trovare un nuovo buon lavoro avendo svolto bene l’incarico precedente rispetto all’ipotesi in cui si sia lavorato male.

In conclusione Zaring spiega i benefici del revolving door: (1) la rotazione regolare di cittadini nei posti pubblici garantisce rinnovamento e impedisce l’ossificazione dei corpi dell’amministrazione. (2) grazie alle porte girevoli è più facile per molti cittadini partecipare alla vita pubblica del proprio Paese, sentendosi parte attiva della democrazia.

Verrebbe da concludere che le porte, se girano bene, lo fanno in favore dell’economia. Tanto vale preoccuparsi di farle girare piuttosto che tenerle bloccate.

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