Mercato Tlc e reti di nuova generazione: l’età della ragione

Articolo blog
Giovanni GANGEMI

Quindici anni fa nasceva il libero mercato delle telecomunicazioni anche su rete fissa, Telecom decadeva dal suo status di “monopolista” si affacciavano alla ribalta nuovi e soprattutto molto innovativi operatori, come Tiscali – il primo ISP a proporre collegamenti ad internet – e Fastweb, il primo operatore a sfidare Telecom sul terreno della banda larga e dell’infrastruttura di rete. Avevamo anche un progetto di banda ultra-larga su cavi in fibra ottica, si chiamava Socrate.

Oggi Tiscali è una società in grave difficoltà, costretta a vendere gli asset acquisiti all’estero, Fastweb, acquisita dalla svizzera Swisscom, non è riuscita a far crescere i 2 milioni di unità abitative cablate all’inizio degli anni 2000 in fibra nei 10 anni successivi (anche se va l’anno scorso ha rilanciato un piano per incrementare la copertura fiber to the street), e Socrate è tornato ad essere solo un filosofo. In compenso, va riconosciuto che abbiamo avuto un mercato altamente competitivo sul piano dei prezzi, scesi ormai a livelli minimi europei, e regolato da un’authority di settore convergente quanto puntuale e competente.

I nuovi entranti, però, hanno guadagnato in questi 15 anni meno del 50% del mercato, al di sotto della media UE (58%) e ben al di sotto dei Paesi del nord Europa o dell’Europa centrorientale, dove la concorrenza sulla rete in rame ha fatto i conti con le reti via cavo. Ed alla banda larga sono connesse solo 55 abitazioni su 10, contro le 72 di media europea e le quasi 90 dei Paesi più avanzati. Per non parlare delle connessioni “ultra-veloci”, con meno dell’1% connesso a oltre 30 Mbps ed una base di clienti della fibra ottica pari solo al 2% del totale.

Cosa manca, o cosa è mancato all’Italia? Non certo l’iniziativa e l’inventiva, come hanno dimostrato le storie di Tiscali e Fastweb richiamate sopra. Non certo la capacità di creare un mercato competitivo e funzionante, come dimostra quello che è successo nel mobile. E neanche la disponibilità degli operatori a mettere mano al portafogli, se è vero che negli ultimi 5 anni, quelli della crisi, sono riusciti a spendere 35 miliardi di euro, portando dal 14 al 16% la loro incidenza sui ricavi del mercato della telefonia, così come definito da Agcom; appena un anno fa Fastweb ha rilanciato un importante piano di investimenti.

E’ mancato un progetto chiaro a livello nazionale, un obiettivo comune e condiviso da tutti gli attori del mercato. E’ mancata una politica industriale che mettesse la questione delle autostrade dell’informazione al posto che merita, cioè in cima alle priorità di un Paese che non può permettersi di rimanere indietro nella sfida della digitalizzazione dell’economia e della conoscenza. La possibilità di scorporare la rete Telecom è un’occasione da non mancare perché può essere una svolta importante per ridefinire l’assetto delle telecomunicazioni. Occorre però farlo bene, mettendo in testa l’interesse nazionale e da parte quelli particolari, compiendo scelte che reggano alla prova del futuro. Più ci si spingerà in là con lo scorporo, più la regolazione potrà essere rimodulata e forse alleggerita, ha detto l’Agcom, senza fare sconti a nessuno. Lo scorporo, però, non è la panacea. Le reti non possono diventare solo una commodity e la sfida deve passare necessariamente anche sulla qualità, la ricchezza e la differenziazione dei servizi. Il passaggio del bastone del comando di Telecom Italia in mani spagnole può non piacere, certamente è un segnale di debolezza, e non certo il primo, del nostro capitalismo ed anche della politica. Ma fare le barricate non serve, come ha dimostrato il caso Alitalia, serve lavorare ad una nuova infrastruttura di rete che renda il Paese, le sue imprese e la sua pubblica amministrazione moderi ed efficienti.

PS ho scritto questo piccolo post su un Frecciarossa. Per connettermi alla rete sono stati necessari 45 minuti…

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