Il naming and shaming delle lobby

Cambiamo nome ai lobbisti. Benché condotto sul filo dell’ironia, il dibattito sull’opportunità di cambiare nome si arricchisce ogni giorno di nuovi contenuti.

Il New York Times finora ha fatto la proposta più interessante: Congress Plus. Con questa motivazione:

We suggest “Congress Plus” as a more truthful name for an industry that employs more than 400 former members of the Senate and House, plus former Congressional staff members estimated in one study to total 5,400 people over a recent 10-year period. Not to mention untold dozens of lobbyists who smartly shift back and forth to Congressional committee posts as the electoral pendulum makes partisan swings that prove increasingly lucrative for experienced insiders.

Ma è solo uno dei tanti esempi. L’operazione rebrand ha sfornato finora alcuni grandi classici come: “Government Relations”, “Corporate Congress”, “Special Interest Wrangler”, “Legislative Influencer”; proposte originali tipo “Lawfluencers”; e addirittura definizioni bizzarre come “Senate Sherpa” o “Government Guru”.

Non se ne farà nulla. Ma è divertente rendersi conto di come, anche laggiù, ci sia qualcuno che pensa che basti un nome per cambiare la sostanza.

Direttore Area Istituzioni dell'Istituto per la Competitività (I-Com). E’ Professore in “Media, Activism & Democracy” presso la New York University – Florence, e Professore in “Global Advocacy” presso la Vrije Universiteit di Brussels.

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