Destinazione Italia, il (possibile) decreto prima degli esami

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Lo scorso 19 settembre, il Consiglio dei Ministri ha approvato il Piano Destinazione Italia, preparato da una task force targata Presidenza del Consiglio, Ministero degli Esteri e Ministero dello Sviluppo Economico, che propone 50 misure per attrarre gli investimenti esteri in Italia e più in generale per migliorare il clima d’impresa in Italia. Il 9 ottobre, è iniziata la consultazione pubblica, che terminerà esattamente un mese dopo. Il piano ha raccolto consensi e anche critiche (soprattutto da parte di chi lo ritiene un libro dei sogni) ma certamente ha attratto molto interesse (in attesa di attrarre capitali, il vero banco di prova).

Ne è stata una prova un confronto a porte chiuse che il Ministero degli Esteri ha promosso la scorsa settimana, invitando i principali think tank italiani, che hanno risposto partecipando in massa e animando il dibattito durato alcune ore. Lo stesso dicasi per le imprese estere presenti in Italia, anch’esse mobilitate per rispondere alla consultazione e dare suggerimenti, particolarmente utili perché basati sulla loro esperienza spesso pluridecennale nel nostro Paese. Tra l’altro, la piattaforma dove si svolge la consultazione, www.destinazioneitalia.gov.it, assicura una trasparenza al processo che ha pochi precedenti in Italia. Insomma, ci sarebbero tutte le condizioni per una grande riflessione collettiva sul tema dell’attrazione degli investimenti esteri, da sempre un tallone d’Achille del nostro Paese, trasformatosi negli ultimi anni in una vera e propria Caporetto. E più in generale si ragionerebbe, una volta tanto in maniera strutturata e non a spizzichi e bocconi, sulla competitività del sistema Italia, di cui in fin dei conti il tema degli investimenti esteri è sicuramente una delle proxy principali.

Peccato però che, proprio sul più bello, prima ancora che termini la consultazione, potrebbe arrivare un decreto del Governo che da “Decreto del Fare 2”, annunciato da prima dell’estate ma mai finalizzato, sta mutando pelle in “Decreto Destinazione Italia-Fase 1”. Al di là delle questioni nominalistiche e della cabala numerologica, secondo le anticipazioni dei giornali, il provvedimento conterrebbe già un discreto numero di norme proposte dal Piano Destinazione Italia. E’ senz’altro giusto non perdere tempo, tanto più nella situazione di crisi nella quale ci troviamo, ma allora perché spendere energie nella consultazione pubblica e farle spendere ai tanti soggetti che si accingono a rispondere? Mentre, con l’arrivo del provvedimento (non importa poi molto, in mancanza di smentite, se vedrà la luce o meno), si rischia di dover commentare la bozza di un decreto piuttosto che di un piano organico come Destinazione Italia. Come promuovere uno studente alla maturità dopo le prove scritte, senza neanche aspettare gli orali. Un segnale di malcostume inimmaginabile in qualsiasi Paese civile. Tanto più su un tema che vorrebbe portare l’Italia al livello degli Stati più avanzati.

E’ vero che le lancette della politica e soprattutto della policy non possono fermarsi (anche se molto spesso sarebbe meglio che lo facessero) ma allora ci si impegni a escludere da eventuali decreti prossimi venturi (di qui alla fine di novembre) misure che siano contenute nel Piano Destinazione Italia. L’Italia come sistema ha costantemente trascurato negli ultimi decenni la componente degli investimenti esteri, non sarà un ritardo di un mese o poco meno a fare la differenza. Certo, con i precari equilibri politici nei quali ci troviamo, chi è oggi al Governo non è sicuro di continuare a starci a lungo. Pensiero del tutto legittimo e peraltro razionale. Ma se vuole avere davvero successo, il Piano Destinazione Italia non può essere un documento che vale solo per uno spicchio di stagione ma deve avere l’ambizione di influenzare anche i Governi futuri o comunque chi ci governerà da qui ai prossimi 3-5 anni. Anche perché, come sappiamo, le leggi hanno bisogno di decreti attuativi e dunque è difficile che qualche settimana in più o in meno possa davvero cambiare le cose.

Meglio avere un documento unitario e coerente, che tragga spunti importanti di merito e di metodo dalla consultazione, piuttosto che un piano reso inattuale dall’evoluzione politica contingente. Una volta tanto che in Italia si fa una consultazione seria, valorizziamone pienamente i frutti. Altrimenti rischiamo di ripiombare negli esercizi di stile di cui è già piena la nostra scena pubblica. Per evitare una simile fine, il Governo dovrebbe non solo evitare l’uscita intempestiva di decreti che contengano misure enunciate nel Piano Destinazione Italia ma anche smentire che lo farà. In modo tale da riportare il massimo di attenzione sulla consultazione pubblica. E impedire le solite scorciatoie che finirebbero per far ripiombare un tema serio come quello dell’attrazione degli investimenti di un Paese in un coacervo incoerente e opaco di norme e normette.

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