Da veto player a facilitatori di investimenti, la metamorfosi necessaria dei Comuni

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Tra gli imprenditori c’è chi decide di rispondere alla crisi chiudendo i battenti, altri trasferendo le proprie attività all’estero, altri ancora invocando l’aiuto di una sempre più rachitica mano pubblica. Per fortuna, ce ne sono molti che si rimboccano le maniche e vanno avanti per conto loro e per questo occorre senz’altro ringraziarli. Ma ancor di più dobbiamo elogiare persone come Franco Biraghi, presidente di Confindustria Cuneo, che decidono anch’essi di andare avanti non solo trasformando le proprie imprese ma diventando agenti del cambiamento dell’ecosistema competitivo nel quale vivono, a partire dalle amministrazioni pubbliche. Alle quali non chiedono soldi ma soprattutto la rimozione delle barriere spesso erette artificiosamente o per sciatteria che scoraggiano gli investimenti sul proprio territorio. Perché i comuni, come quelli della provincia di Cuneo interpellati nelle scorse settimane dal presidente della locale Confindustria (della cui iniziativa si parla oggi sul Sole 24 Ore), sono agenti importanti della competitività, più di quanto essi stessi pensino talvolta. Non solo e non tanto attraverso la leva fiscale, che tuttavia concentra sui comuni una possibilità di riscossione che è cresciuta molto negli ultimi anni, ma soprattutto attraverso innumerevoli vincoli all’attività economica (pensiamo solo alle tante autorizzazioni) che a seconda di dove collochino l’asticella dell’interposizione pubblica possono rappresentare un potente incentivo o un formidabile ostacolo per le imprese. Non è un caso che le misure 2 e 3 di Destinazione Italia, sulle 50 che per il Governo dovrebbero rilanciare gli investimenti esteri nel nostro Paese, siano rispettivamente la riforma della conferenza dei servizi e procedure e modelli standard per le autorizzazioni. Due profili nei quali il ruolo delle amministrazioni locali è fondamentale e purtroppo viene spesso esercitato come un veto power più che come una leva di competitività, come si fa normalmente all’estero, almeno nei Paesi più avanzati.

Spedendo la stessa lettera a tutti i sindaci della provincia di Cuneo, Biraghi ha sfatato due miti in un colpo solo. In primo luogo, ha responsabilizzato i comuni, comunicando che in base alle risposte ricevute e ad alcuni parametri sarebbe stata stilata una classifica. In questi ultimi anni abbiamo visto il fiorire di ranking sui comuni (dal verde pubblico agli asili nido) ma chissà perché, in tempi di recessione, all’attrattività per le imprese, primo e unico vero motore possibile della ripresa che verrà (si spera), hanno pensato davvero in pochi.

Inoltre, è proprio in periodi di crisi che le amministrazioni che hanno a cuore le sorti economiche dei propri territori devono fare lo sforzo maggiore per attrarre investimenti (oltre ad evitare la fuga di quelli attuali, beninteso). In questi momenti, le aziende sono infatti in media più propense ad effettuare scelte radicali ed oltretutto risulta più conveniente cambiare o aggiungere nuovi siti produttivi, grazie alla caduta dei valori di mercato degli immobili, fabbricati e terreni inclusi, e ai minori costi e alla maggiore disponibilità di lavoro sul mercato delle costruzioni.

Se dalla provincia di Cuneo l’iniziativa della Confindustria si estendesse al resto d’Italia, non necessariamente con identica forma e stessi promotori ma senz’altro con lo stesso spirito, e agli stimoli provenienti dal mondo delle imprese rispondessero positivamente e perché no proattivamente le amministrazioni locali, come sembra stiano facendo nel Cuneese (e non solo, perché sono state avanzate candidature anche da comuni di altre province piemontesi), un ostacolo in meno sulla via della competitività dell’Italia sarebbe rimosso. A costo zero o addirittura con benefici positivi nel medio e lungo termine.