La credibilità estera dell’Italia passa (anche) attraverso l’energia

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Due fatti apparentemente scollegati sono avvenuti a qualche migliaio di chilometri di distanza ieri, 22 gennaio. Il primo, ampliamente atteso e reclamizzato su scala continentale, avveniva a Bruxelles ed era la proposta della Commissione europea sulla strategia energetica e climatica UE al 2030. Il secondo, di carattere evidentemente più locale (ma che si situa in un percorso internazionale che non ha nulla da invidiare al primo), era un dibattito a Bari organizzato da Confindustria sul TAP (Trans Adriatic Pipeline), gasdotto che una volta realizzato aprirà non solo per l’Italia ma per l’intera Europa il corridoio Sud all’import di gas dalla regione caspica e mediorientale.

Cosa hanno in comune i due eventi? Sicuramente il gas, rispetto agli altri combustibili fossili, emette meno anidride carbonica e quindi la sua sostituzione a petrolio e carbone può contribuire, almeno in parte, al raggiungimento degli obiettivi climatici europei. Ma, dal punto di vista dell’Italia, il link essenziale tra le due situazioni è rappresentato dalla nostra credibilità internazionale e dalla capacità reale di promuovere i nostri interessi in due contesti strategici di estrema rilevanza.

Sul fronte degli obiettivi climatici ed energetici al 2030, le proposte della Commissione saranno discusse dal prossimo vertice europeo dei capi di stato e di governo in programma il 20 e 21 marzo. Entro la fine di febbraio, i Governi nazionali dovranno decidere quale posizione prendere. In estrema sintesi, rispetto alle indiscrezioni che si rincorrevano nelle scorse settimane (di cui parlavo qui), la Commissione ha mantenuto le ambizioni iniziali sul taglio delle emissioni di gas serra (-40% rispetto al 1990) mentre ha stemperato quelle sulla penetrazione delle rinnovabili nel mix di consumo, abbassando l’obiettivo chiesto da alcuni Paesi (dal 30% al 27%) e declinandolo in termini vincolanti solo a livello comunitario. In attesa di capire meglio come potrebbe essere assicurata la coerenza tra policy nazionali in materia di rinnovabili e obiettivo europeo, è interessante registrare la soddisfazione di alcuni Governi, in particolare di quello britannico che aveva perorato la causa di un obiettivo sulle emissioni sfidante da raggiungere tuttavia in maniera flessibile (e dunque senza ulteriori target obbligatori per gli Stati Membri). Se Francia e soprattutto Germania non potranno essere altrettanto soddisfatte, meno chiara è la posizione dell’Italia. Che tuttavia non solo avrà voce in capitolo nel vertice di marzo ma avrà la presidenza di turno nel secondo semestre di quest’anno, quindi nella fase iniziale dell’iter legislativo della proposta della Commissione.

Come ho già avuto modo di raccontare qui e qui, sorprende che pur non essendo stata ancora definita una posizione comune di Governo, il Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando abbia iscritto se stesso ma soprattutto il nostro Paese alla posizione più radicale tra quelle messe in campo dai diversi esecutivi, a favore non solo del taglio delle emissioni del 40% ma anche di un obiettivo vincolante al 30% sulle rinnovabili. Senza avere alcun conforto neppure dai dati, che nelle proiezioni prodotte dalla Commissione europea al 2030 ci relegano molto indietro rispetto ai valori obiettivo che il ministro PD ha sottoscritto. Insomma, il rischio è quello di aver parlato troppo presto contro i nostri stessi interessi, indebolendo la posizione negoziale che andremo a prendere nelle prossime fasi, sia sugli obiettivi a livello UE sia su obiettivi e azioni che ci spetterà implementare. Spetterà probabilmente al Presidente del Consiglio riparare alla frittata, sperando che alla fine risulti quantomeno commestibile.

Sul fronte del TAP il Governo (non solo quello guidato da Letta ma anche i precedenti) si è invece mosso molto bene sul piano internazionale, contribuendo al successo che ha portato il consorzio Shah Deniz a preferire per il trasporto del gas azero l’infrastruttura che approderà in Italia ai progetti alternativi, da ultimo il Nabucco West che sarebbe passato attraverso l’Europa centrale, tagliando fuori il nostro Paese. Il problema è rappresentato dal fronte interno, in particolare da quanto sta avvenendo in Puglia, dove si prevede il punto di arrivo. Nonostante i gasdotti siano notoriamente una delle infrastrutture meno impattanti in assoluto, l’opposizione del Comune di Melendugno, ridente paese del Salento di 9.800 abitanti, unita a quella di alcuni Comitati NO TAP e di qualche politico locale rischia di mettere in pericolo un’opera giudicata essenziale da diversi Governi, oltre che dalle istituzioni europee. Compromettendo, come immediata conseguenza, non solo diversi e sostanziali benefici che potranno derivare dalla realizzazione dell’opera, che dovrebbe portare in Italia 10 miliardi di metri cubi l’anno incrementabili a 20 (su un consumo attuale intorno ai 70) ma anche e forse soprattutto l’immagine del nostro Paese, al quale una volta tanto era stata accordata piena fiducia. Naturalmente, speriamo non si arrivi a tanto ma certo non rassicura il parere negativo (non vincolante) della VIA regionale, pervenuto la scorsa settimana. Così come lo show andato in onda a Lecce lo scorso 27 dicembre, nel quale l’utile occasione del confronto con la cittadinanza è stata trasformata in una gazzarra senza relazione alcuna con il merito della questione, cioè i possibili impatti dell’infrastruttura sul territorio. Ecco perché il convegno di ieri può rappresentare un’inversione di tendenza, con la discesa in campo per la prima volta di Confindustria. Evidentemente un evento da solo non basta, ma è un segnale positivo che va colto. Non solo a livello regionale ma anche nazionale. Al Governo, che ha fatto già molto, spetta però un’altra missione fondamentale, senza le quali quelle portate avanti fin qui rischiano di risultare vane: esercitare una pressione positiva sul livello regionale e locale. Tutto sommato il TAP è uno dei primi banchi di prova, per importanza e temporalmente, della strategia inaugurata con il Piano Destinazione Italia. Risolvere l’impasse, attraverso una gestione ordinata del conflitto, sarebbe un successo che avrebbe ricadute al di là del progetto stesso, già di per sé di tutta rilevanza. Altrimenti, non rimarrebbe che invocare la riforma del Titolo V, che riporterebbe le competenze sull’energia esclusivamente al livello nazionale. Ma, con i tempi e le incertezze che circondano nel nostro Paese i processi di revisione costituzionale, si rischierebbe di fare troppo tardi. Quando i buoi, che si chiamino TAP o in qualsiasi altro modo, sono già usciti dalla stalla, senza alcuna intenzione di ritornarci.

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