L’insostenibile pesantezza del fisco italico e i dilemmi del Premier

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Nel dibattito sulle imposte è facile che la demogogia prevalga sulla necessaria ponderazione. Non è un caso che in Italia siano vietati referendum su materie fiscali. D’altronde non è solo un problema italiano se è vero che Margaret Thatcher, non certo un modello di facile compiacenza, nel 1987 si guadagnò il suo terzo mandato anche grazie alla promessa di una riduzione delle aliquote che gravavano sui sudditi di Sua Maestà.

E’ dunque facile criticare il premier se intende destinare il tesoretto individuato all’IRPEF, alla vigilia delle elezioni europee (le persone fisiche votano, quelle giuridiche no). Ma è tutto da dimostrare che una riduzione dell’IRAP possa tradursi in un numero significativo di posti di lavoro in più, come ha sostenuto il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Più probabile semmai che possa essere soprattutto una boccata di ossigeno quantomai necessaria per molte imprese in affanno.

Con il conforto di un lettura sufficientemente distaccata dei dati e delle esperienze italiane e internazionali del passato e del presente, ci permettiamo di riepilogare la situazione richiamandone i termini essenziali:

1) 10 miliardi di euro sono solo un primo piccolo passo per riportare la pressione fiscale italiana al livello dei Paesi partner e in particolare dei più competitivi tra loro. Nel 2012, il peso del fisco sul PIL era in Italia di 6,8 punti percentuali superiore al livello tedesco, di 8,8 punti percentuali in più rispetto al Regno Unito, 9,8 rispetto alla media OCSE, 11,5 rispetto alla Spagna e 20,1 rispetto agli USA. In altre parole, per stare al passo con la Germania, il nostro fisco avrebbe bisogno di una cura dimagrante pari alla cifra monstre di circa 100 miliardi di euro, che salgono a circa 150 miliardi nel caso desiderassimo allinearci alla media dei Paesi OCSE.

2) Naturalmente, in chiave competitiva sono le imprese ad essere svantaggiate da livelli di imposizione fiscale maggiore che in altri Paesi. Gran parte delle imposte pagate dalle imprese in Italia sono costituite da IRES (Imposta sul reddito delle società) e IRAP (Imposta regionale sulle attività produttive). Nel 2013 il gettito dell’IRES è stato pari a 40 miliardi (in aumento rispetto ai 36,6 miliardi del 2012) mentre quello dell’IRAP è stato di 34,6 miliardi di euro (di cui però solo 24,8 dalle imprese private, il resto dalle amministrazioni pubbliche), sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. 10 miliardi di euro potrebbero dunque significare una riduzione del 15% delle 2 principali imposte sulle imprese (che insieme ai contributi sociali rappresentano la quasi totalità degli oneri), ma addirittura il 40% rispetto alla sola IRAP pagate dalle imprese (che come noto colpisce tutte le aziende, in funzione del fatturato e del numero di addetti, a differenza dell’IRES che pagano solo le aziende che fanno utili).

3) Al di là dell’impatto sulla crescita, che sarà comunque vada relativamente modesto iniettando nell’economia “soltanto” 10 miliardi di euro (chi ha parlato in questi giorni di un impatto dello 0,8% sul PIL è un ottimista incallito), destinare gli sgravi a una platea ampia di individui (secondo le stime, circa 15 milioni di dipendenti e collaboratori) può aver senso solo se può servire a “comprare” il consenso necessario per le riforme da effettuare nei prossimi mesi per traghettare la società e l’economia italiana dal Medioevo alla modernità. Se poi in questa ottica l’operazione servisse anche al premier per vincere le elezioni europee si tratterebbe di un effetto collaterale che potrebbe essere tollerato anche da chi non è un fan di Renzi e del PD e non è un suo competitor politico. Viceversa, meglio privilegiare gli interessi delle imprese, le prime vittime del gap competitivo che ci divide dal resto d’Europa e del mondo.

4) E’ senz’altro corretto puntare allo shock fiscale e dunque concentrare le risorse in un unico torrente (come abbiamo visto non si tratta certo di un fiume) anziché disperderle in mille rivoli. Tuttavia è altrettanto se non più importante dare una prospettiva temporale di medio-lungo periodo che possa ridare davvero fiducia alle famiglie e alle imprese italiane (quale che siano i beneficiari diretti dell’alleggerimento fiscale annunciato oggi), senza far risultare episodico lo sforzo di oggi. In quest’ultimo caso, aumenterebbe la probabilità che i soldi in più siano risparmiati dalle famiglie oppure non investiti dalle imprese, dunque con effetti ancora più modesti sulla crescita.

5) Per inclinare verso il basso il piano fiscale delle imprese e delle famiglie italiane, in modo tale da riportare la nostra tassazione su livelli in linea con le best practice europee in un orizzonte di 5-10 anni, è necessario operare contemporaneamente su tre fronti: riduzione significativa delle aliquote nei prossimi anni (ben oltre quanto verrà annunciato oggi), maggiore crescita economica (non solo grazie alla riduzione della pressione fiscale ma anche alle riforme che dovranno essere implementate) e recupero dell’evasione. Solo in questo modo, si potrà innescare un circolo effettivamente virtuoso. Che tuttavia per essere alimentato ha bisogno di due condizioni essenziali:

– rovesciare il rapporto tra taglio della spesa pubblica e taglio delle imposte (come sostengono Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera di oggi e come affermavamo anche noi qui nei primi giorni di vita dell’attuale Governo), in modo tale che una volta stabilito un ammontare di tasse da tagliare si trovino le coperture necessarie. Altrimenti finisce che il partito della spesa avrà sempre la meglio, come è successo da qualche decennio a questa parte;

– trattare con la Commissione europea per uscire dalla visione oracolistica del 3% di rapporto deficit/PIL, consci che diversi Paesi, tra i quali Francia e Spagna, non lo stanno rispettando. E’ vero che noi abbiamo un debito pubblico decisamente superiore in termini assoluti e rispetto al PIL ma è anche vero che riusciremo a ripagarlo con più probabilità con un tasso di crescita superiore all’attuale (se va bene da prefisso telefonico). Sul piatto, andrebbero evidentemente messe diverse condizioni, tra le quali la possibilità di sforare temporaneamente il 3% solo con interventi di riduzione della pressione fiscale accompagnati da una serie di riforme da implementare secondo un preciso calendario.

Per riuscire a realizzare tutto questo, la condizione essenziale è che l’attuale Governo, o almeno i suoi pezzi essenziali, duri in carica il più a lungo possibile. La stabilità politica è un feticcio inutile se non porta a un percorso di riforme ma diventa essenziale in alcuni casi. Quello descritto ai punti precedenti ne è forse il miglior esempio possibile nell’Italia di Renzi. Purché l’orizzonte vada oltre le elezioni europee, altrimenti il gioco non vale la candela.

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