Nomine pubbliche, un test per capire se il premier è giacobino o meritocratico

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Stefano DA EMPOLI

Sta entrando nel vivo la partita delle nomine nelle società pubbliche, complice il nuovo governo che promette venti di cambiamento e l’approssimarsi delle scadenze di metà aprile per la presentazione dei nomi da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa volta, sulla base di una direttiva dell’allora Ministro Saccomanni, è stata indicata una procedura per assicurare una scelta il più possibile meritocratica e trasparente. Sono stati previsti infatti il coinvolgimento di headhunter di rilievo internazionale nella selezione dei top manager, la possibilità di candidature spontanee, la pubblicazione dei curricula, una vera e propria istruttoria con tanto di valutazioni, e infine un bollino da parte di un Comitato di garanzia presieduto da Cesare Mirabelli e composto anche da Vincenzo Desario e Maria Teresa Salvemini. Una terna di prestigio anche se non proprio di aitanti rottamatori. Ma a rottamare ci penserà con ogni probabilità il Presidente del Consiglio sul quale in ultima istanza ricade la responsabilità politica delle tante e difficili scelte da effettuare. L’importante è che le faccia a ragion veduta. Senza darsi mission impossibili da svolgere in poche settimane, come definire una nuova linea strategica per le decine di società coinvolte. Ospite giovedì scorso a Porta a Porta, Matteo Renzi ha infatti affermato che “prima di ragionare sui nomi dobbiamo definire cosa devono fare queste grandi aziende”. Affermazione in apparenza ragionevole, ma che nella realtà, se dovesse essere presa sul serio (e non fosse comprensibilmente un modo per sdrammatizzare il totonomi), sarebbe del tutto irrealizzabile, se non altro per motivi di tempo. Per delineare una strategia in una qualsiasi azienda che si rispetti non basta certo qualche riunione a Palazzo Chigi o in via XX Settembre. Si tratta infatti di esercizi che durano molti mesi e assorbono una quantità notevole di risorse. Figuriamoci se a farlo sono soggetti del tutto esterni alle aziende (non avrebbe d’altronde senso coinvolgere i vertici uscenti e strutture da loro dipendenti per ragioni di evidente opportunità) e tendenzialmente con competenze generaliste.

Molto meglio sarebbe dunque impiegare lo scarso tempo rimanente per individuare i criteri migliori in primo luogo per scegliere se confermare o meno i vertici uscenti e, successivamente, per individuare i nomi migliori per le caselle che si decidono di cambiare. Un processo a due stadi già di per sé molto delicato e sufficientemente complesso da meritare una piena focalizzazione per giungere al traguardo nei tempi e allo stesso tempo poter conciliare, come indicavamo qui a inizio febbraio, meritocrazia e aspettativa di discontinuità.

Innanzitutto, dunque, a meno che il governo non abbia deciso la linea del rinnovamento totale, bisognerebbe individuare, come abbiamo sostenuto in un precedente post, termini di valutazione sufficientemente oggettivi al fine di congedare chi non ha brillato e conservare chi ha fatto bene (al netto di legittime valutazioni su età, numero di mandati, genere, per le quali andrebbero anche in questo caso individuati criteri generali e trasparenti).

In questo senso appare interessante l’iniziativa assunta da Massimo Mucchetti, Presidente della Commissione Industria del Senato, che ha inviato ai vertici in scadenza delle principali aziende coinvolte un questionario per valutarne i risultati secondo diversi parametri (oltre ad audirli direttamente).

Tra gli elementi presi in considerazione, che contribuiranno a gettare le basi per una risoluzione rivolta al Governo, il confronto con i competitor internazionali e il total shareholder return dalla nomina del capo azienda ad oggi. Si tratta di parametri fondamentali, che speriamo tornino utili al Governo (purché siano condotti in base a criteri omogenei ed effettivamente confrontabili). Va infatti evitato il ripetersi di vicende a dir poco sconcertanti come quella di Acea, con i tentativi maldestri del sindaco Marino di fare piazza pulita dei vertici attuali, a prescindere da considerazioni di merito (che almeno fin qua darebbero ragione all’attuale capo-azienda, che in meno di un anno dalla sua nomina ha visto il titolo crescere in Borsa più del doppio). Si proceda pure con la rottamazione purché sia meritocratica, anziché giacobina.

La scelta se riconfermare o meno i vertici uscenti ed eventualmente in quali componenti dovrebbe essere presa il più velocemente possibile in modo tale da dedicare il giusto tempo alla selezione dei nuovi entranti. Si tratta infatti di trovare le persone più adatte in funzione del tipo di società, evitando se possibile il gioco del pallottoliere in base al quale si buttano nella mischia persone a prescindere dai ruoli che andranno a ricoprire e dalle aziende di destinazione. Che sono tra loro differenti non solo per perimetro di attività ma anche per vocazione internazionale, cultura aziendale, esigenze di cambiamento, ecc..

Una volta nominati i vertici è giusto e anzi necessario che il Governo affidi loro degli obiettivi, purché generali e di ampio respiro, sulla base dei quali potranno essere valutati tra tre anni al momento del prossimo rinnovo. Un po’ come ha anticipato nei giorni scorsi in un’intervista a Repubblica Graziano Delrio, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, per i ministri, che a fine anno saranno giudicati principalmente in base alle risorse recuperate nell’ambito della spending review e potranno dunque essere licenziati nel caso non li raggiungano. Se questa impostazione sarà tenuta anche per i vertici delle società pubbliche, sarà decisamente più utile del ventilato taglio agli stipendi, che per società multinazionali e di mercato appare una misura demagogica e dannosa (oltre che quasi insignificante dal punto di vista dei conti). Insomma, le nomine pubbliche saranno un’ottima cartina di tornasole per capire se Renzi sceglierà la via meritocratica oppure quella giacobina.

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