L’oro blu minacciato da scarsità e scorretta gestione

Articolo blog
Chiara IOBBI

Qualche tempo fa in Nigeria una battaglia tra allevatori musulmani e contadini cristiani ha fatto cento vittime: la posta in gioco non era la libertà di culto, bensì il controllo dei rari pozzi intorno ad un villaggio.

Si stima che finora nel mondo ci siano stati 265 conflitti a causa dell’acqua; in genere non sono mai grandi guerre, ma scontri che in ogni caso condizionano la vita delle persone e la diplomazia internazionale.

L’acqua sta diventando una risorsa sempre più scarsa (è dimostrato che un terzo dei laghi e dei fiumi sulla Terra si sta ritirando), e quindi sempre più al centro di conflitti e tensioni sociali.

Ad oggi quasi 800 milioni di esseri umani non hanno accesso all’acqua potabile, 2 miliardi e mezzo non hanno servizi igienici, e un miliardo e 300 milioni non ha elettricità. Le previsioni dicono che da qui al 2035 la popolazione mondiale arriverà a quota 9 miliardi e il consumo energetico crescerà del 35%, con un conseguente incremento del consumo idrico pari all’85% (dati International Energy Agency).

È bene notare che il problema non è solo quello legato alla scarsa disponibilità dell’oro blu, ma anche quello che concerne la corretta gestione di questa risorsa, come ad esempio la restituzione all’ambiente di acqua depurata attraverso servizi di qualità.

Tutt’oggi, in Italia, molti cittadini scaricano i loro reflui nei corpi idrici senza depurazione, gran parte della popolazione non è servita dalla rete fognaria, e ancora un milione beve acqua del rubinetto in deroga ai parametri di qualità per arsenico, boro e fluoruri. Inoltre, è dimostrato che il 33% dell’acqua che scorre nelle nostre tubature va perduto prima di raggiungere i consumatori; bisognerebbe quindi, come prima cosa, puntare alla riduzione dei consumi e ad una maggiore efficienza degli usi, in modo da avere meno sprechi possibili.

Sarebbe dunque doveroso fare investimenti ed operare le necessarie manutenzioni sulle opere di distribuzione dell’acqua, come ad esempio sugli impianti utilizzati in agricoltura per l’irrigazione e nell’industria (l’acqua impiegata per questi scopi è pari all’80%), in quanto sono questi che generano gli sprechi maggiori. Si potrebbe quindi pensare di raccogliere l’acqua piovana in cisterne e di riutilizzarla insieme alle acque reflue negli impianti industriali o per l’irrigazione, dato che entrambi non necessitano di acqua potabile.

È difficile risolvere il problema legato alla scarsa disponibilità di questa preziosa risorsa, soprattutto visti gli aumenti della popolazione mondiale e dei relativi consumi di risorse, ma se si iniziasse ad essere più attenti e responsabili forse molti problemi potrebbero essere evitati.

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