Il cinema italiano “in miniatura” e l’avvento della società connessa

Un quadro in chiaroscuro quello che emerge dal rapporto annuale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo sull’andamento del cinema italiano nel 2013.

I dati infatti evidenziano un calo del 27% degli investimenti nel settore, scesi a 358 milioni di euro a fronte di un volume produttivo di film di nazionalità italiana che si mantiene stabile, grazie al quale manteniamo comunque una buona quota di mercato nazionale superiore al 30% in questi primi mesi del 2014.  In diminuzione risulta anche il costo medio delle produzioni: i film italiani hanno un budget medio di  appena 1,8 milioni esattamente 3 milioni in meno rispetto al budget medio di un film francese (4,8) ! Il fenomeno più preoccupante riguarda proprio il divario sempre più ampio tra film ad alto budget in numero sempre più ridotto e i film a bassissimo budget in crescita esponenziale. Una industria caratterizzata da budget “miniaturizzati” – come li ha definiti il Presidente dell’ANICA Riccardo Tozzi – che rischia di mettere in crisi un sistema che si regge da un lato sull’intervento pubblico diretto (una quota del fondo unico per lo spettacolo) e indiretto (il tax credit) e dall’altro sugli investimenti di Rai Cinema e Medusa e in misura ridotta di Sky. Sono infatti solo 28 i film realizzati con un investimento maggiore di 3,5 milioni di euro, contro i 34 del 2012, mentre hanno conosciuto un deciso  incremento le produzioni a microbudget (meno di 200 mila euro), passate da 37 a 53.

La preoccupazione dell’ANICA è che l’incremento di questa tipologia di film (in gran parte opere prime e seconde) inneschi un processo con potenziali ripercussioni su tutta la filiera. Esiste infatti secondo la Confindustria del cinema una “correlazione diretta tra livello di budget e livello di incassi, con il rischio che tutti questi titoli prodotti con pochissimi soldi finiscano per deprimere anche il botteghino e gli introiti delle sale”.

Da giudicare positivamente invece l’aumento dei fondi sovranazionali (Media ed Eurimages) e dei fondi regionali, questi ultimi evidenziati per la prima volta nel rapporto e giunti a circa 7 milioni di euro.

Interessante anche l’approfondimento sulla programmazione del cinema in televisione. Nel 2013 il numero complessivo dei passaggi televisivi di film risulta in lieve calo, così come il numero dei titoli, mentre il numero dei film italiani programmati dalle tv generaliste in prima serata aumenta da 140 a 164: migliorano in particolare Rai1, Rai3,Canale5 e Italia1. In cala invece La7 che peraltro beneficia di una deroga all’obbligo di legge sugli investimenti. Spicca Canale5 per il numero di titoli italiani recenti programmati in prima serata (oltre la metà): 36 film su 60 totali vs 11 di Rai3 (valore più alto per Rai). Sull’intera giornata, sono solo 86 i passaggi di film italiani prodotti dopo il 2010 programmati dalle reti generaliste. Oltre la metà dei passaggi si riferisce a titoli italiani di catalogo (1950-1979).

Al di là dei freddi numeri l’industria cinematografica e audiovisiva nazionale è giunta ad un punto di svolta. La frammentazione e la sottocapitalizzazione del comparto associate alla contrazione degli investimenti dei broadcaster e del sostegno pubblico diretto impone un ripensamento complessivo della regolamentazione (o deregolamentazione) e della governance tenendo conto dell’evoluzione dei modelli di business e delle nuove sfere di attribuzione delle competenze non solo a livello verticale (rapporto Stato Regioni) ma anche orizzontale coinvolgendo maggiormente altri Ministeri da quello dello Sviluppo Economico a quello dell’Economia e Finanze.

E’ infatti sotto gli occhi di tutti (o quasi tutti) la rivoluzione portata dall’avvento della società connessa. La progressiva diffusione su scala internazionale di nuove piattaforme, servizi e device di  distribuzione dei contenuti audiovisivi richiede infatti una riflessione ad ampio raggio del quadro normativo con l’obiettivo di attrarre nuovi investimenti, incentivare la domanda di contenuti audiovisivi e soprattutto agevolare la creazione di contenuti originali europei spendibili sui mercati internazionali.

Basti pensare all’impatto derivante dall’ingresso di Netflix in Europa.

Il colosso americano dello streaming vod ha appena annunciato un investimento di 3 miliardi di euro in contenuti originali, casualmente la stessa cifra che tutti gli Stati europei spendono per finanziare le proprie cinematografie nazionali !

Un recente studio promosso dalla Commissione europea riportato dal Sole 24 Ore e Repubblica ci fornisce a questo riguardo dai dati inequivocabili. Il 97% delle persone interpellate in 10 Paesi (età media 27 anni) ha dichiarato di vedere film regolarmente e il 54% di vederne almeno uno al giorno. “Una dichiarazione d’amore che però si incrina sul modo in cui gli spettatori consumano i film”: il 70% del campione ammette di guardare i film via internet e ben il 68% confessa di scaricare gratis (quindi illegalmente) dalla rete ! Numeri che non hanno sorpreso neanche Bruxelles che li ha giustificati da un lato con la lontananza delle sale e una offerta di titoli insufficiente e dall’altro con una scarsa presenza di piattaforme che offrano prodotti di cinema europeo, superando i confini nazionali. Conclusione della Commissione Europea: “L’industria cinematografica europea non sfrutta appieno le potenzialità per raggiungere un nuovo pubblico o per valorizzare i partenariati trasfrontalieri. Poterebbe aumentare i propri introiti sfruttando diverse piattaforme online per accrescere la disponibilità di film e raggiungere un pubblico più vasto”.

Tematiche complesse da affrontare con pragmatismo e lungimiranza e che ci auguriamo saranno poste al centro dell’agenda del Mibact in occasione del semestre italiano di Presidenza UE oramai alle porte.

 

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