Le legittime ambizioni del semestre italiano

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Non c’è dubbio che il semestre italiano di presidenza del Consiglio UE parta in salita. Per fattori esterni e interni.

Il rinnovo delle istituzioni comunitarie appare un risiko più complesso del previsto, dopo che la tornata elettorale si è conclusa con una vittoria striminzita del Partito popolare. Che ha almeno in parte delegittimato le aspirazioni del candidato PPE alla presidenza della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker.

Sul fronte domestico, il cambio di Governo ha certamente rallentato il percorso di avvicinamento al Semestre tanto che oggi per conoscere le priorità della Presidenza italiana, a parte qualche dichiarazione pubblica del Presidente del Consiglio o di altri rappresentanti di Governo, occorre rifarsi a documenti non ufficiali, come la trascrizione dell’audizione parlamentare del Sottosegretario Gozi nell’ambito dell’indagine conoscitiva delle Commissioni Esteri e Affari Europei di Camera e Senato, o documenti di lavoro preparati da singoli Ministeri, magari solo su alcune materie specifiche.

Eppure, il semestre rimane un’opportunità straordinaria, tanto più perché si situa all’inizio di un nuovo ciclo politico europeo che ha ricevuto dagli elettori (in forma eterogenea e con forti concessioni alla demagogia) un chiaro mandato a rinnovare le istituzioni comuni e soprattutto quello che esse fanno. Dunque quello che poteva essere percepito come un limite (il turn-over in ordine temporale dei vertici di Parlamento, Commissione e Consiglio), è diventata un’occasione per incidere di più, quantomeno sulla visione generale e sulle questioni più rilevanti. Purché si sia in grado di raccogliere la sfida.

Concentrandosi su tre direttrici fondamentali. Innanzitutto, permettere maggiore flessibilità sui vincoli di bilancio in cambio di riforme strutturali (concordate ex ante su proposta del singolo Paese e soprattutto attentamente valutate ex post). Con dei veri e propri accordi contrattuali tra gli Stati Membri e la Commissione europea. Sarebbe un modo intelligente per uscire dal circolo vizioso dell’austerità, senza abbandonare il rigore necessario e senza esternalità negative verso gli altri Paesi (ma anzi con effetti potenzialmente positivi per tutti).

In secondo luogo, occorre accompagnare bene i due principali dossier che ci aspettano da qui ai primi mesi del 2015: la strategia clima ed energia al 2030 e la review di Europa 2020.

Sulla prima, sarebbe sensato abbandonare la strada di diversi obiettivi e concentrarsi su un unico target di abbattimento delle emissioni, che è poi quello che conta e che permette maggiore flessibilità in funzione delle diverse situazioni Paese (sia in termini di scelte politiche che di specializzazione industriale e tecnologica).

Sul secondo fronte, si tratta di fare un tagliando degli obiettivi che l’Europa si era posta nel 2010 (e che rappresentavano una continuazione ideale della strategia di Lisbona in larga parte fallita) ma soprattutto delle politiche migliori per conseguirli. In questo senso, occorre lavorare molto su ricerca e innovazione e sui fondi strutturali, ad esempio prevedendo che i cofinanziamenti nazionali non contribuiscano allo sforamento sugli obiettivi di bilancio. Per quanto riguarda la politica industriale, che spesso e volentieri in Europa è coincisa con azioni verso settori in difficoltà (ad esempio, l’acciaio), occorre un ribaltamento della logica fin qui seguita. Gli sforzi massimi vanno compiuti proprio nei settori più avanzati dove l’Europa può giocare un ruolo importante (ad esempio, automotive, aerospaziale, farmaceutica, sistemi di comunicazione). Non si tratta infatti tanto di dare soldi ma soprattutto di costruire regole coerenti che possano portare benefici alle imprese (oltre che ai cittadini).

Non sempre è stato così in passato. E’ arrivato il momento che Bruxelles guardi di più al futuro e con una visione più larga. Se l’Italia aiuterà questa presa d’atto, la nostra presidenza sarà stata un grande successo.

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