Emittenza locale e sale di città nel guado digitale

Tv locali e sale di città. Numerosi fattori critici accomunano questi due ambiti appartenenti al mondo (ex analogico) dei media. Entrambi fondano la propria mission su un profondo rapporto con il territorio e ricevono contributi pubblici a tutela del pluralismo informativo (le prime) e della diversità culturale (le seconde). Entrambi si sono fatti trovare impreparati all’appuntamento con lo switch-off digitale, da sempre vissuto come una minaccia piuttosto che una opportunità di sviluppo e rilancio delle proprie attività.

Tanto le prime quanto le seconde sono rimaste al palo incapaci di stare al passo con i big player del mercato di riferimento (broadcaster nazionali in un caso, multiplex nell’altro), data la siderale distanza che li separa in termini di investimenti e di raccolta pubblicitaria.

Sono tanti i fronti sui quali queste aziende stanno cercando di resistere, dallo scontro sulla nuova numerazione dei canali che ha reso “invisibili” molte emittenti, alla difficoltà di utilizzo degli strumenti del VPF e del credito di imposta per le sale. Difficoltà che stanno conducendo all’insostenibilità gestionale e ad un ineluttabile processo di “desertificazione” e marginalizzazione. Il quadro è allarmante: un lungo bollettino fatto di chiusure, cessioni fallimenti, tagli al personale anche fra le strutture più robuste. Si dirà che è la dura legge del mercato là dove si è in presenza di scarsa competitività e incapacità di cogliere le trasformazioni tecnologiche e di rafforzare le relazioni con i propri pubblici di riferimento attraverso strumenti di comunicazione ed interazione innovativi.

Fino a qualche anno fa le tv locali attive sul territorio erano più di 600 con un fatturato che nel 2008 superava i 620 milioni di euro (dati FRT) anche grazie ai generosi sussidi pubblici (la legge 448/98 sempre nel 2008 dispensava oltre 160 milioni di euro).  La cura dimagrante prescritta dagli ultimi governi, la concorrenza della rete (per ogni tv locale che chiude i battenti prendono il via due web tv con costi di avvio e di gestione decisamente più bassi) e l’”esproprio” delle frequenze per far posto agli operatori di tlc (beauty contest) hanno provocato un’emorragia inarrestabile. Delle attuali 300 emittenti oggi ancora attive e con un fatturato in picchiata per il consistente calo delle risorse pubblicitarie, alcuni esperti stimano uno sfoltimento radicale che potrebbe portare a due massimo 3 soggetti in ciascuna regione. Resteranno in vita solo quelle emittenti che saranno in grado di posizionarsi in modo efficace nel nuovo habitat digitale e multicanale, di rompere i vecchi legami fatti di scambi più o meno leciti con la politica locale e conquistare il pubblico con un’offerta di programmi informativi e di intrattenimento coerenti con l’interesse dei cittadini.

Spostandoci agli schermi di città possiamo contare meno di 1.000 cinema (strutture da 1 a 4 schermi) rimasti con grande difficoltà ancora in piedi con una quota di mercato scesa attorno al 25%. Tra i primi a lanciare l’allarme fu diversi anni fa il Presidente dell’Anica Riccardo Tozzi (“meglio un film finanziato in meno ma una sala in più dove farlo circolare”) convinto che una certa tipologia di prodotto riconducibile al cinema d’autore italiano ed europeo e ad un pubblico adulto e socialmente elevato fosse penalizzato dalla progressiva chiusura di questi spazi. Si tratta peraltro proprio di quelle strutture (principalmente monosale) che in parte non hanno ancora digitalizzato i propri impianti. Se una sala su tre oggi è digitalizzata nel nostro Paese (l’incidenza è pari al 75/80%),  guardando solo il segmento delle sale tradizionali la situazione è molto più critica con appena il 40% degli schermi che hanno digitalizzato a differenza di multisale con più di 5 schermi e multiplex oramai già in linea con gli standard europei. Siamo di fronte ad un digital divide che rischia di tagliare fuori queste strutture nel momento in cui la domanda di pellicola subirà un crollo e i distributori (alcuni già lo stanno facendo) offriranno una quantità sempre più ridotta di prodotto in 35millimetri.

E’ il classico esempio di un processo di innovazione tecnologica imposto (dall’Europa) che ha trovato impreparati i pezzi più deboli della filiera, ma anche quelli che forse hanno resistito al cambiamento senza fare fronte comune, senza attrezzarsi per tempo. Aver fissato una roadmap più o meno graduale non ha funzionato visti i problemi ancora sul tappeto. Questi settori rappresentano comunque due importanti presidi sociali sul territorio che tuttavia stanno perdendo contatto con il pubblico, un pubblico sempre più anziano e che fa sempre più fatica a trovarli vuoi sui tasti del telecomando vuoi uscendo di casa dove sempre più spesso al posto della sala trovano un parcheggio, una negozio di moda o un supermercato.

C’è da scommettere che la selezione e il confronto con il mercato sarà ancora lungo e mieterà tante altre vittime. Grosse responsabilità vanno attribuite anche agli imprenditori concentrati soprattutto a perpetuare le vecchie logiche di assistenzialismo statale. Ma forse è arrivato il momento di mettere in discussione il modello di intervento pubblico in entrambi i casi. Ci si è ostinati ad indirizzare gli investimenti – anche ingenti – esclusivamente verso la componente tecnologica mettendo al primo posto la necessità di un adeguamento delle modalità trasmissive trascurando completamente la qualità dei contenuti veicolato in termini di innovazione, di valorizzazione e sperimentazione. Per le tv locali il sostegno pubblico è sceso sotto i 100 milioni all’anno e tali risorse sono erogate ancora secondo criteri obsoleti e spesso aggirati (come quello su numero effettivo di dipendenti occupati.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sale di città costrette a fare una programmazione omologata (etrodiretta o comunque condizionata dai grandi circuiti distributivi) e che faticano a mantenere una propria identità. Emittenti locali che grazie al digitale si trovano ora con un numero spropositato di canali che non sanno come riempire, alla rincorsa di un pubblico che non c’è più o che nel migliore dei casi, si è frantumato ed è migrato altrove (canali tematici, rete ) invece di costruire un nuovo rapporto con l’utenza fatto di contenuti informativi di qualità e radicati sul territorio vera arma vincente sulla quale puntare.

Occorre rimediare ad un errore fatale: orientare gli investimenti pubblici (nazionali e regionali) solo sul digitale come se la semplice riconversione tecnologica delle strutture e degli impianti potesse automaticamente restituire a tali imprese una programmazione di qualità tale da garantire l’interesse del proprio pubblico e richiamarne di nuovo.

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