Le ipocrisie del rapporto tra politica e tecnica e le prospettive di successo del Governo Renzi

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Se c’è un indicatore nel quale l’Italia eccelle da sempre, senza apparente declino in vista, è il numero esorbitante di polemiche sterili, basate su principi astratti o addirittura simbolici che finiscono per trasfigurare totalmente la realtà delle cose. Principi sui quali si imbastiscono battaglie campali che calamitano per giorni, settimane e a volte mesi l’attenzione spasmodica dei media per poi finire, come meritano, nel dimenticatoio. E’ anche sulla base di questa logica perversa del discorso politico in Italia che si spiega il ben più preoccupante declino delle nostri sorti economiche (e non solo).

Ne abbiamo avuto un ulteriore esempio in questi giorni con le polemiche che sono seguite alla presunta minaccia di dimissioni e ad alcune dichiarazioni pubbliche del Commissario alla revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli. Al centro della tenzone naturalmente non c’era il giudizio sull’operato del Commissario né tantomeno sul merito delle sue affermazioni (che erano indirizzate a scongiurare aumenti della spesa pubblica sulla base di risparmi soltanto programmati e ancora non realizzati). Come troppo spesso succede in Italia, il confronto si è spostato su un piano più metafisico (per non dire surreale), cioè se debba prevalere il punto di vista della politica o quello della tecnica su questo genere di questioni (ed evidentemente su tante altre).

Affermando un principio ovvio, il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha dichiarato che le scelte sulla spending review, con o senza Cottarelli, spettano alla politica. Una frase che solo in un Paese come il nostro può sembrare una condanna senza appello del Commissario (magari lo era, sempre nella logica simbolica di cui noi analisti ingenui non riusciamo ad essere buoni esegeti) ma che, presa alla lettera, coincide perfettamente con quanto lo stesso Cottarelli ha sempre detto, pubblicamente e privatamente (ad esempio, intervenendo non più di tre settimane a un breakfast I-Com).

Anzi, se il Commissario può muovere una critica, è semmai quella di una politica assente o non conseguente rispetto agli obiettivi numerici che essa stessa (con il Governo Letta e poi riconfermati da quello Renzi) gli ha dato, cioè 17 miliardi di risparmi nel 2015 che dovranno diventare 32 miliardi nel 2016. Se quella è la mission, definita come è giusto dalla politica e non dalla tecnica, come è possibile raggiungerla se poi la politica fa lavorare il Commissario su meno di un decimo della spesa pubblica al netto degli interessi (circa 60 miliardi di euro di acquisti di beni e servizi non sanitari)? Quale rispetto può avere (anche rispetto a ipotesi di Troika che in un Paese normale lascerebbero il tempo che trovano) una politica che con la mano destra contraddice quello che fa la mano sinistra? Cioè nella sostanza venendo meno al dovere principale della politica con la p maiuscola, ovvero la capacità di assumersi una piena responsabilità delle decisioni assunte di fronte ai cittadini.

E’ del tutto evidente che la politica debba avere sempre l’ultima parola laddove si tratti di decidere gli obiettivi di policy e sarebbe del tutto auspicabile che l’avesse su tutte le decisioni rilevanti per la vita dei cittadini (tranne quelle affidate ad autorità indipendenti e organismi tecnici, che proprio per questo è giusto rimangano un’eccezione ben motivata e delimitata piuttosto che una regola indistinta).

Ma un rapporto sano tra politica e tecnica non è quello che corrisponde ad un’allocazione di competenze esclusive bensì a una collaborazione positiva nella quale la tecnica, opportunamente imbeccata dalla politica, possa darle i migliori elementi conoscitivi perché questa assuma in piena autonomia decisioni ottimali rispetto al proprio sistema di valori e interessi. Una visione che in un Paese come il nostro può essere reputata da taluni illuministica ma che tuttavia è una realtà piuttosto consolidata in altre nazioni non a caso più sviluppate della nostra (ad esempio negli Stati Uniti, grazie proprio al tanto vituperato spoiling system che segue all’elezione di un nuovo presidente).

Si tratta di una condizione che non ha mai attecchito in Italia dove abbiamo un’amministrazione pubblica che oscilla, spesso senza soluzione di continuità, tra resistenza se non cospirazione tacita e vocale servilismo e dove la competenza tecnica quasi sempre coincide, almeno nelle mitiche stanze dei bottoni, con il possesso di skills giuridiche. Certamente utili (anche se non a tal punto da impedire gli errori a volte marchiani di cui sono piene zeppe le nostre leggi) ma non un valido sostituto delle abilità che più servirebbero, cioè la conoscenza sostanziale dei problemi di cui si discute. Che non è naturalmente posseduta solo da economisti ma anche da biologi, chimici, medici, architetti, ingegneri e chi più ne ha più ne metta.

Non è un caso che da Craxi in poi una delle ambizioni principali dei Presidenti del Consiglio che vogliono e pensano di rimanere a lungo alla guida del Paese sia quello di poter contare su un pacchetto di mischia sufficientemente ampio e variegato di economisti che faccia da contraltare al Tesoro e, in subordine, agli altri Ministeri e consenta al premier di farsi un’idea autonoma sui problemi che affliggono il Paese e sulle soluzioni più adatte per affrontarli. Naturalmente non fa eccezione l’attuale Premier, che proprio in queste settimane vorrebbe varare un’ampia squadra di consiglieri. E d’altronde è del tutto evidente che, a differenza dei loro colleghi del Tesoro, di cui non sono affatto doppioni, questi esperti abbiano un orizzonte temporale che coincida strettamente con quello dell’attuale Governo. Di cui costituiscono di fatto l’equivalente di un’unità di pianificazione strategica di una grande impresa.

Piuttosto al premier suggeriamo di non fermarsi agli economisti ma di istituire presso la Presidenza del Consiglio l’ufficio del Chief scientist, come ci era già capitato di proporre sulla base di analoghe esperienze straniere (ad esempio, nel Regno Unito). Anche in questo modo, prima ancora che con nuove leggi, si sblocca l’Italia.

Sempre che poi non prevalga il Nardella di turno che viene a spiegarci che a Firenze è bastata la politica (cioè lui e gli assessori) e non sono stati necessari i tecnici a individuare dove si potesse risparmiare. Senza rendersi (apparentemente) conto della potenziale critica alla gestione del precedente sindaco (se i tagli erano così evidenti, perché non li fece Renzi?) né tantomeno della differenza che passa tra un Comune di medie o tutt’al più medio-grandi dimensioni e un Paese complesso come l’Italia.

Anche da una radicale rivisitazione del rapporto tra politica e tecnica (che dovrebbe essere uno dei leitmotiv di una riforma della pubblica amministrazione degna di questo nome) passa il successo del Governo Renzi. E la possibilità concreta di allontanare una volta per tutte i fantasmi della Troika, lanciandosi verso il traguardo dei mille giorni con più di qualche possibilità di tagliarlo da vincitore.

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