Riforma della scuola: cosa non va nel metodo e nei contenuti

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Scatti retributivi basati sul merito e non sull’anzianità, aumento e stabilizzazione delle risorse dedicate alla scuola, rafforzamento dei rapporti scuola-lavoro, coinvolgimento dei privati attraverso strumenti innovativi (School Bonus, School Guarantee e crowdfunding), focus sull’inglese e sulle tecnologie digitali, estensione dello studio dell’economia a tutte le scuole secondarie educazione finanziaria.

Sono molti i pregi (per ora teorici) del piano scuola presentato il 3 settembre dal Governo e sottoposto a una consultazione online che durerà fino a metà novembre. Ma i tanti aspetti virtuosi e lo stile innovativo del documento sono più che compensati dall’elemento che domina su tutti gli altri, in primo luogo finanziariamente: la stabilizzazione di tutti i precari in circolazione, quasi 150.000 persone, che avverrà in un colpo solo in tempo per l’inizio del prossimo anno accademico (2015/2016). Una scelta che ha un costo per le casse dello Stato di 1 miliardo circa nel 2015, 3,1 miliardi di euro nel 2016 per arrivare dopo dieci anni a 4,1 miliardi. A fronte tutt’al più di un risparmio di qualche centinaia di milioni di euro l’anno di supplenze evitate. Nel Rapporto si legge che “oggi il Governo intende mantenere questa promessa ereditata dal passato, assumendo tutti” coloro che risultano iscritti nelle famigerate Graduatorie a esaurimento, GAE, e vincitori o idonei del concorso svoltosi nel 2012. Ma non era questo il Governo che voleva rottamare il passato? Siamo sicuri che la maggiore assunzione di dipendenti pubblici dai tempi della DC dei vecchi tempi sia compatibile con la peggiore crisi economica nel quale il Paese si è inviluppato nel secondo Dopoguerra?

Probabilmente no o comunque non a sufficienza se, a pag.36 del documento, si legge che “il Governo ha molto chiaro in mente che le risorse necessarie per realizzare tutti ciò non sono un costo. Quanto piuttosto un investimento. Probabilmente il più grande investimento nella scuola degli ultimi 20 anni e il miglior investimento che oggi possiamo fare sul futuro dell’Italia”.

Certamente il capitale umano è un fattore fondamentale di competitività e dunque la scuola deve essere un asse portante sul quale investire per una strategia di crescita di lungo periodo. Tuttavia, questo non vuol dire che ogni tipo di spesa sia giustificata né tantomeno abbia la stesso rendimento marginale.

Come dicevamo la scorsa settimana, “non è più il tempo di miracoli né di policy legate alle ragioni del cuore ma di azioni razionali mirate a massimizzare il potenziale di crescita dell’economia date le risorse a disposizione”.

Se si osservano i dati OCSE di confronto internazionale (Education at Glance, 2013), è vero che l’Italia spende meno in educazione in media rispetto agli altri Paesi ma il rapporto studenti/insegnanti è nella scuola (al contrario dell’università) più basso che altrove. Dato che siamo più indietro degli altri in termini di risultati, è evidente che, per raggiungere gli altri Paesi, occorre puntare più sulla qualità dell’insegnamento che sulla quantità degli insegnanti. Dedicando semmai una parte significativa delle maggiori risorse al miglioramento delle strutture e delle loro dotazioni (al di là di mirabolanti annunci sull’edilizia scolastica che non sembrano trovare supporto nella realtà delle cifre) e a premiare le competenze migliori.

Un’informata senza se e senza ma di 148.100 neo-docenti sul campo (peraltro non proprio dei giovincelli, con età media pari a 41 anni), che sarebbero assunti quasi tutti senza aver mai passato un concorso, appare del tutto inadeguata se l’obiettivo resta quello di migliorare la scuola a vantaggio degli studenti e del Paese.

Gli unici a meritare davvero un’assunzione senza se e senza ma sarebbero semmai i vincitori del concorso del 2012 non ancora immessi in ruolo (che nell’anno scolastico che sta partendo non dovrebbero superare le 3.000 unità, secondo i dati del Ministero). Per tutti gli altri, si dovrebbe semmai agire sulla base delle esigenze reali di oggi, dando priorità al riempimento delle cattedre realmente scoperte, che in effetti sono un problema da risolvere (comprese tra 50.000 e 60.000), e al rafforzamento dei presidi di competenza nelle materie che si intendono valorizzare di più in base ai piani espressi dal Governo nello stesso documento (inglese e informatica, ma anche musica, storia delll’arte e sport).

L’altra grande perplessità sulla riforma riguarda proprio il riconoscimento del merito, che dovrebbe esserne il principio cardine. Come funzionerà la meritocrazia nella scuola buona renziana? Ogni 3 anni il 66% dei docenti della singola scuola, quelli che avranno maturato più crediti negli anni precedenti, avrà diritto a uno scatto di retribuzione. Al di là dei rischi di un meccanismo poco cooperativo, che tuttavia possono starci a fronte di un incentivo individuale forte, il vero lato oscuro sta proprio negli strumenti di valutazione sia del singolo docente che della scuola.

A pag. 65 si legge che “il sistema di valutazione della scuola che intendiamo costruire non e’ fatto di competizione e classifiche. E non mira semplicisticamente a premiare la scuola migliore, quanto piuttosto a sostenere la scuola che si impegna di più per migliorare”. Oltre il fumo delle retorica, nel piano di riforma si intravvede una sostanziale linea di discontinuità con i tentativi di mettere la valutazione nazionale davvero al centro della riforma della scuola. Non si può certo fare del tutto retromarcia su questo fronte, specie per un Governo che si richiama al merito, ma appare piuttosto evidente come il Sistema Nazionale di Valutazione (SNV), frutto di un lavoro durato anni e previsto da un Decreto del Presidente della Repubblica del 2013 e prossimo all’operatività, sarà reso il più possibile innocuo.

Nel patto ipotizzato da Renzi tra istituzioni, studenti e docenti, a guadagnarci con certezza sono soltanto gli insegnanti precari. Per tutti gli altri si vedrà. Anche in questo caso, come sul bonus fiscale, ci si può trincerare facilmente (e lo si è già fatto) dietro la politica dei buoni sentimenti che redistribuisce ai più poveri. Ma sfugge il nesso con le prospettive di crescita del Paese. Come se nell’Italia di oggi fossero un orpello inutile. Noblesse oblige.

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