La Presidenza italiana della UE risparmi alle aziende italiane l’ennesima bastonata made in Brussels

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Stefano DA EMPOLI

Nelle prossime settimane si dovrebbe concludere sotto la Presidenza italiana, salvo rinvii last minute, il percorso del regolamento UE sulle commissioni interbancarie (MIF) relative alle carte di credito. La Commissione europea ha proposto un tetto sulle commissioni pari allo 0.3% del valore della transazioni che superano i 20 euro. Secondo le stime della Commissione, l’applicazione di tale limite in Italia si tradurrebbe in una diminuzione dl circa il 57% delle commissioni sui pagamenti effettuati tramite carte di credito. Apparentemente una buona notizia per i consumatori, ma di fatto un grave rischio di oneri aggiuntivi, come già dimostrato da un precedente studio I-Com.

Se il cap fosse parzialmente esteso alle carte commerciali, magari attraverso un’assimilazione di alcune carte aziendali a carte personali, che dovrebbero essere le uniche alle quali si applicherebbe il tetto, ciò potrebbe equivalere a maggiori costi per le imprese che, secondo una nuova ricerca I-Com, potrebbero superare solo per l’Italia 1 miliardo di euro nel primo anno e sfiorare i 300 milioni di euro in ciascuno degli anni successivi. Un ulteriore salasso per imprese già sottoposte da anni ai venti della crisi e di cui non si avverte alcun bisogno in questo momento.

Tanto per dare un’idea, il miliardo in più compenserebbe pienamente nel primo anno di applicazione del regolamento UE il nuovo regime fiscale per i lavoratori autonomi previsto dalla Legge di stabilità attualmente in discussione e rosicchierebbe circa il 60% della decontribuzione sui nuovi assunti, sempre prevista dalla Legge di stabilità.

L’impatto della nuova regolazione made in Brussels colpirebbe le imprese in due diversi modi: da un lato il maggiore costo porterebbe a una riduzione della domanda di carte commerciali, dall’altra la minore disponibilità di servizi accessori costringerebbe le aziende a internalizzare il monitoraggio e la gestione dei dati relativi ai pagamenti aziendali. Con costi tangibili per le imprese di tutte le dimensioni.

Proprio per misurare questi maggiori oneri derivanti dalla nuova regolazione UE in discussione, I-Com ha effettuato negli scorsi mesi una survey presso le aziende Italiane di varie dimensioni (dalle imprese con meno di 10 dipendenti a quelle con più di 250 occupati) con l’obiettivo di stimare l’eventuale diminuzione della domanda generata da un aumento del costo delle carte di pagamento o da un eventuale razionamento dei servizi collegati alle carte commerciali.

Sulla base di dati forniti dalla Banca d’Italia e delle risposte degli intervistati, lo studio I-Com evidenzia come:

• Un aumento di un punto percentuale del costo delle carte commerciali si tradurrebbe in una diminuzione media dello 0.73% dell’utilizzo di questa tipologia di carte.

• Qualora gli emittenti di carte non fossero in grado di garantire l’erogazione dei servizi accessori, l’utilizzo di carte commerciali diminuirebbe, in media, del 12.2%.

• Qualora gli emittenti dovessero cercare di recuperare i ricavi da commissioni aumentando il costo delle carte commerciali o cancellando l’erogazione dei servizi accessori, la diminuzione del volume di transato, in Italia, sarebbe compresa tra i 1.5 e 1.7 miliardi di euro, con possibili diseconomie nella gestione dei pagamenti per le aziende e conseguenze negative per la lotta al sommerso.

• La cancellazione dei servizi accessori inoltre imporrebbe alle aziende Italiane l’internalizzazione del monitoraggio e della gestione dei dati relativi ai pagamenti aziendali, con importanti costi in termini di personale ed investimenti fissi.

• In base alle stime I-Com, I costi totali di internalizzazione per le imprese sarebbero nel primo anno pari a € 1,04 miliardi, di cui € 805 milioni per le imprese con 0-49 dipendenti e € 236 milioni per le aziende con almeno 50 dipendenti.

• In base alle stime I-Com i costi totali di internalizzazione per le imprese negli anni successivi sarebbero pari a € 290 milioni, di cui € 172 milioni gravanti sulle imprese con 0-49 dipendenti e € 118 milioni sulle aziende con almeno 50 dipendenti.

• Nel primo anno, il costo medio per ciascuna piccola impresa sarebbe pari a € 188, per imprese di dimensione maggiore pari a € 9450.

Tra i costi stimati nello studio I-Com non compaiono peraltro, perché fuori dalla metodologia di indagine, costi non monetari (ma indubbiamente con un significativo valore economico) come la possibilità di monitorare i costi delle trasferte dei dipendenti o altri tipi di spesa ma anche di assicurare una maggiore sicurezza evitando l’uso del contante, benefici derivanti dall’utilizzo delle carte aziendali, che rappresentano il 18% del totale dei pagamenti effettuati con carta in Italia.

Per concludere, l’applicazione di un abbassamento delle MIF al segmento delle carte commerciali non risulta desiderabile né per il settore bancario né per le imprese che le utilizzano: l’impatto negativo su queste ultime sarebbe di oltre 1 miliardo di euro, che in gran parte graverebbero sulle aziende di minori dimensioni.

Per evitare che soprattutto le imprese più piccole, già fortemente provate dalla recessione, subiscano un ulteriore impatto negativo sui propri conti, sarebbe opportuno escludere totalmente questo segmento di mercato dall’abbassamento delle MIF.

Almeno fino a dicembre, il Governo italiano, come Presidente di turno dell’Unione europea, avrà una grande responsabilità nell’evitare alle imprese italiane l’ennesimo colpo proveniente da Bruxelles. Per scongiurare che la mano sinistra (la Commissione europea e alcune lobby molto forti) tolgano alle imprese italiane quello che la mano destra (il Governo Renzi) sta provando con fatica e non senza qualche incertezza di troppo a darle.

 

 

 

 

 

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