Accordo sul clima: si sposta il baricentro

La IEA –l’Agenzia Internazionale per l’Energia – ha pubblicato un dossier sulla situazione clima-energia la scorsa settimana, proprio mentre si tenevano i lavori della COP21 a Parigi. Purtroppo non sono positivi i segnali che lancia. Il report mostra, infatti, come le emissioni di CO2 a livello mondiale siano cresciute di ben il 50% rispetto al 1990, ben lungi dai valori attesi per permetterci di raggiungere l’obiettivo dei 2oC. È quanto viene mostrato nella prima delle due figure proposte: un andamento fortemente crescente delle emissioni di CO2 ed un livello di circa 15 p.p. superiore a quello atteso al 2025, come mostra la colonna destra del grafico. Ciò che è interessante notare è come la maggiore responsabilità di queste emissioni si sia nel tempo spostata dai Paesi OECD ad altre aree: le regioni non-OECD, infatti, sono passate a contare il 61% delle emissioni di CO2 complessive nel 2013 (quasi la metà di queste attribuibile alla sola Cina), dal 45% del 1990.

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Unico segnale positivo è l’andamento decrescente dell’energia consumata per unità di PIL prodotto, che risulta diminuito di circa il 28% rispetto al 1990, mostrando una divergenza tra consumi energetici e crescita economica. Mentre resta piuttosto deludente anche la carbon intensity, misurata dall’ESCII – l’Energy Sector Carbon Intensity Index, introdotto dalla IEA e definito come la quantità media di CO2 emessa per ogni unità di energia prodotta (e misurata in TEP) – che resta sostanzialmente stabile, anzi, forse leggermente superiore al livello del 1990, mostrando che l’energia prodotta oggi non appare in alcun modo più pulita di quanto non fosse 23 anni fa. E ciò, nonostante il forte boom delle fonti rinnovabili (passate dal 2,3% a circa il 48,5% della capacità installata). Anche in questo caso, il risultato deludente è da attribuirsi non tanto ai Paesi di prima industrializzazione – che hanno visto il proprio indice migliorare, seppur marginalmente – quanto ai Paesi non OCSE che stanno conoscendo un forte sviluppo, primi tra tutti Cina e India, la cui carbon intensity è aumentata, rispettivamente, di circa il 25% e il 40% tra il 1990 e il 2013.

Secondo la IEA, siamo insomma fuori strada: per raggiungere l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro i 2°C dai livelli pre-industriali, sarà necessario ridurre la carbon intensity di ben due terzi rispetto agli attuali livelli per quanto riguarda il mix energetico complessivo, e di oltre il 90% per quel che riguarda il mix elettrico, così da portare la domanda energetica proveniente da fonti low-carbon (nucleare e rinnovabili) ad una quota del 93%. Ma i segnali che ad oggi riceviamo non sembrano andare in quella direzione.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata all’Università Commerciale L. Bocconi in Economia, con una tesi sperimentale sull’innovazione e le determinanti della sopravvivenza delle imprese nel settore delle telecomunicazioni.

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