Le rinnovabili fanno gola anche ai Paesi del Golfo

immagineIl costo del barile segna un altro punto a favore delle rinnovabili: l’ultimo report di IRENA – l’International Renewable Energy Agency – mostra come anche i Paesi del Golfo, quelli cioè che possiedono un terzo delle riserve di greggio e circa un quinto delle riserve di gas globali, e che hanno fondato su questa ricchezza la propria crescita e lo sviluppo dei propri territori, siano alla ricerca di fonti alternativi su cui fare affidamento, soprattutto per quel che riguarda i propri consumi interni. Mentre le esportazioni di idrocarburi, infatti, hanno costituito il motore della crescita, i combustibili fossili sono sempre più destinati alla crescente domanda interna, risultante dalla rapida industrializzazione, dalla crescita della popolazione e dalla crescente desalinizzazione delle acque: a partire dal 2000, i consumi energetici di questa regione geografica – parliamo di Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e l’Unione degli Emirati Arabi, i sei Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo – sono cresciuti del 5% all’anno; l’Arabia è il settimo Paese per consumo di petrolio; nel 2014, il consumo domestico ha rappresentato il 28% della produzione (11 p.p. in più rispetto al 2000). A seguito di questi sviluppi, alcuni Paesi da esportatori stanno diventando Paesi importatori. Una strategia di diversificazione si rende, dunque, necessaria: con il prezzo del petrolio a 30$ al barile – e destinato a scendere ulteriormente stando alle previsioni IEA –  diversi Paesi hanno annunciato piani ed obiettivi volti a conservare le risorse naturali, migliorare l’efficienza energetica e sfruttare le tecnologie rinnovabili, puntando in particolar modo sul fotovoltaico, data pure l’abbondanza della risorsa solare. L’obiettivo è, in altre parole, quello di tagliare i consumi interni così da contenere l’impatto economico del crollo del barile. IRENA, dal canto suo, stima che un reale raggiungimento degli obiettivi ad oggi pianificati comporterebbe non pochi benefici associati, che vanno dalla creazione di posti di lavoro – le stime parlano di 140.000 posti diretti in media all’anno – ai considerevoli risparmi di combustibili fossili, quantificabili in 2,5 BBOE (billion barrels of oil equivalent), per un  valore economico compreso tra i 55 e gli 87 miliardi di dollari, a seconda dei prezzi di gas e petrolio. Non solo, ciò implicherebbe anche una consistente riduzione delle emissioni di carbonio, cumulativamente pari a 1 Gt entro il 2030 (una riduzione dell’8% dell’impatto ambientale attribuibile alla regione). Per non dimenticare, infine, che i progetti pianificati, qualora realizzati, potrebbero ridurre del 16% i consumi idrici (necessari per l’estrazione del petrolio), aspetto peraltro critico in molti dei Paesi considerati.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata all’Università Commerciale L. Bocconi in Economia, con una tesi sperimentale sull’innovazione e le determinanti della sopravvivenza delle imprese nel settore delle telecomunicazioni.

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