Hate speech sul web: un fenomeno dilagante

Articolo blog
Bruno ZAMBARDINO

Il prossimo 6 settembre sarà presentato a Bruxelles il rapporto I-Com “AVMSD: Refit or Reform? Audio Visual Media Services in the Digital Era”, che analizza i punti chiave della proposta di riforma della direttiva sui servizi media audiovisivi alla luce dei rapidi cambiamenti che stanno interessando l’intero mercato. Tra i punti qualificanti della riforma un nuovo sistema di regole a tutela dei consumatori e dei minori con riferimento alla fruizione di contenuti on line.
Uno degli aspetti che vengono alla luce riguarda come è cambiato negli ultimi anni l’uso della rete con l’introduzione di device sempre più avanzati e sempre connessi come smartphone e tablet, e con la diffusione dei social network a fasce di popolazione sempre più ampie.

Time ha dedicato una delle sue ultime copertine “Why we are losing the Internet to the culture of hate” ad un particolare utilizzo della rete da parte di soggetti denominati “Troll”, termine che sta ad indicare chiunque agisca nell’oscurità per minacciare e disseminare odio. I troll avrebbero trasformato la rete, secondo Time, in una “fogna di aggressività e violenza”. Ne sono riprova il sempre più vasto utilizzo dei social network per commentare qualunque aspetto della vita quotidiana, specie se atto a dispensare odio e cattiverie: ne fanno le spese i soggetti più deboli, come gli adolescenti preda di cyber bullismo da parte dei compagni, o chiunque non risponda agli standard fisici dei nostri tempi. Tali episodi finiscono per avere la ribalta delle cronache solo a seguito di gesti estremi, ma il fenomeno però è più diffuso di quanto si pensi: una survey del Pew Research Center di un paio di anni fa ha rivelato che il 70% degli utenti di Internet dai 18 ai 24 anni ha avuto esperienza di episodi di molestie, e il 26% delle donne in quella fascia di età sono state oggetto di stalking online.

Questi episodi sono più vicini a noi di quanto si pensi: poco più di una settimana fa un terribile terremoto sconvolge il Centro Italia. La notizia ha un grande risalto a livello internazionale a causa dell’alto numero di vittime, feriti e sfollati, ma anche per la notorietà dei luoghi colpiti. Ma viviamo evidentemente in un periodo di grossa esasperazione: “È come se al disastro umanitario, alla paura e alla commozione che sempre accompagnano questi eventi, si mescolasse stavolta anche tutto il nostro vissuto di terrore” commenta a proposito dell’argomento un recente articolo di Wired. E allora il terremoto diviene un pretesto per una caccia alle streghe da parte di chi chiede di mandare via gli immigrati dagli alberghi per far posto agli sfollati, o addirittura da parte di un manipolo di vegani (per fortuna pochi) per i quali il sisma che ha fatto centinaia di vittime ad Amatrice sarebbe una sorta di punizione divina che ha colpito una delle roccaforti dei mangiatori di carne.

Tralasciando la sterilità delle polemiche, se non altro perché mettono a confronto fatti che nulla hanno da condividere se non il dolore associato a tragedie che colpiscono il genere umano, quello che colpisce è il pretesto di un evento luttuoso per scatenare fenomeni sempre meno isolati e sempre più intensi di hate speech, che esistevano già prima del web, ma per i quali si è ora abbassata l’asticella, dando la possibilità a chiunque di prendervi parte. Il terremoto è solo l’ultimo recente esempio di come mezzi nati per sviluppare, tra le altre cose, dibattiti online come i social network siano divenuti il pretesto per sviluppare forme di aggressione facilitate dall’anonimità garantita dalla rete e nella maggior parte dei casi rivolte a vittime inermi con effetti spesso devastanti sulle loro vite.

Ma qual è il giusto compromesso tra i fautori della libertà di espressione della rete e chi chiede normative stringenti?

YouTube ha appena lanciato negli USA la propria versione per bambini YouTube Kids: contiene, tra le altre cose, un contatore per il controllo delle sessioni e la possibilità di impostare un tempo limite con spegnimento del dispositivo quando lo si raggiunge; i commenti sono stati disattivati per evitare conversazioni inappropriate che contengano ad esempio insulti.

Un web in cui chat, forum e piattaforme social sono infestate dalla presenza di troll sempre più aggressivi non fa certo bene neanche al commercio online, che si fonda su credibilità e user experience. Alcuni operatori, preoccupati tra l’altro delle conseguenze commerciali che un simile fenomeno può provocare, stanno correndo ai ripari: sempre restando nella scuderia Google, Daydreams, la nuova piattaforma di realtà virtuale sviluppata dal colosso statunitense, sta sperimentando alcune forme di tutela e controllo.

L’impegno ad arginare questi fenomeni è stato preso anche a livello istituzionale: la Commissione europea ha infatti presentato un codice di condotta sottoscritto da Facebook, Twitter, YouTube e Microsoft che contiene un elenco di impegni per combattere la diffusione dell’illecito incitamento all’odio online in Europa anche a seguito dell’uso del web per diffondere fenomeni come l’incitamento al razzismo e alla xenofobia e dei recenti attacchi terroristici.

Tuttavia per contrastare questi fenomeni dilaganti su un mezzo così poco controllato come la rete, le regole sono fondamentali ma non bastano. È necessario porsi seri interrogativi sulle difficoltà di controllare ed arginare queste tendenze: una seria riflessione da parte di tutti e a tutti i livelli servirebbe allo scopo di trovare il giusto equilibrio tra la libertà di espressione per tutti e la garanzia che ciò avvenga nel rispetto degli altri. Di questi temi si parlerà anche a Bratislava il prossimo 15 settembre in una conferenza organizzata dalla Presidenza Slovacca.

Articolo scritto con Monica Sardelli

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