L’audiovisivo connesso in cerca della prossima disruption

Articolo blog
Bruno ZAMBARDINO

rapporto_i-com_2016_su_reti_e_servizi_di_nuova_generazione-copertinaIl 2016 è stato un anno di cruciale importanza per il consolidamento e lo sviluppo, nel settore audiovisivo, di quella che definiamo come “digital disruption”, vale a dire la trasformazione dei modelli di business tradizionali indotta dalla rapida ascesa di nuovi player “nativi” dell’ecosistema digitale.

Il fenomeno è stato oggetto di riflessione ed approfondimento nel corso del Convegno di presentazione del Rapporto I-Com 2016 Reti e Servizi di Nuova Generazione, tenutosi lo scorso 3 novembre.

Nella seconda parte del rapporto si è dato conto degli aggiornamenti legati agli incessanti processi di concentrazione convergenza del settore media con il comparto delle telecomunicazioni, evidenziando in particolare quali forze spingono ancora verso la disgregazione di vecchi (e nuovi) modelli di business e quali strategie sono state adottate dagli incumbent per cavalcare il cambiamento. L’analisi è stata accompagnata, come di consueto, da un focus specifico sul panorama italiano concentrato, in particolare, sulle offerte del video on demand, a un anno dall’arrivo di Netflix nonché sul contesto della travagliata cessione di Mediaset Premium a Vivendi, che avrebbe potuto costituire il punto di partenza di una piattaforma europea di SVOD di matrice in parte nostrana. Sullo sfondo, la proposta di modifica della direttiva sui Servizi di media audiovisivi che intende far progredire l’armonizzazione delle regole comunitarie non solo per i broadcaster ma anche per gli OTT.

Uno sguardo a cosa accade negli Stati Uniti. A gennaio, in occasione dell’ultimo CES (il Consumer Electronics Show di Las Vegas), Netflix ha annunciato di aver completato l’espansione globale, a unica eccezione di territori come Cina e Corea del Sud. Gli utenti complessivi del leader mondiale dello SVOD (subscription video on demand) sono così saliti fino a raggiungere gli 86 milioni, mentre negli USA la quota di mercato ha raggiunto il 53%, contro il 25% di Amazon e il 15% di Hulu. L’effetto dirompente del “disruptor” si è fatto però sentire anche sulla pay-tv, dove il cord cutting ha portato una perdita di abbonati che, secondo le stime più pessimistiche, sarebbe di 812 mila unità nel secondo trimestre 2016, per un totale di 1,4 milioni da gennaio a giugno dello stesso anno. Intanto la penetrazione dello streaming ad abbonamento ha superato il 50% delle case americane, mentre i nuclei abitativi che hanno preferito la tv online a quella tradizionale hanno superato i 10 milioni.

La sfida di Netflix alle pay-tv continua poi nella produzione: nel 2015, i suoi investimenti hanno raggiunto i 4,9 miliardi di dollari, vale a dire più di emittenti come HBO (2 mld) e Turner Broadcasting (3,5 mld), nonché della stessa Italia, che si è posizionata quarta in Europa quell’anno con 4,6 miliardi di dollari (circa 4,2 mld di euro ai cambi attuali).

Nonostante il trend espansivo, il colosso dello streaming comincia a subire i primi rallentamenti sul fronte del mercato nordamericano, progressivamente più vicino alla saturazione. Entro il 2019 i fruitori di OTT video arriveranno a 200 milioni, pari all’89,3% di tutti gli spettatori video digitali. Lo spazio di crescita di Netflix si ridurrà perciò in misura notevole, passando dall’11,1% annuo del 2016 al 2,6%, a vantaggio anche dei competitor Amazon e Hulu il cui tasso di incremento rimarrà invece attestato sul 4,1 e il 4,6%.

Tornando in Europa, nel 2016 i ricavi VOD in Europa toccheranno la soglia dei 3 miliardi. La loro penetrazione rimane però mediamente bassa, intorno all’11% della popolazione, con rilevanti differenza tra i diversi Paesi del Continente. Il mercato più sviluppato è quello britannico, dove lo streaming ad abbonamento generà quest’anno un miliardo di ricavi, in crescita fino a 1,32 miliardi nel 2020. Lo SVOD sarebbe già presente in un terzo delle case inglesi, contro il 29% della Germania, l’11% della Francia e l’8% dell’Italia. Anche secondo l’indice elaborato da I-Com (che tiene conto della spesa complessiva degli utenti in video on demand, dei ricavi del modello subscription e del tasso di crescita annuale composto dal 2010 al 2014), la Gran Bretagna risulta occupare il primo posto, proprio grazie all’avanzato grado di sviluppo del “modello Netflix”. Al secondo posto si trova la Svezia, che come altri Paesi scandinavi vanta un’ampia adozione dello streaming a pagamento anche grazie a HBO Nordics e all’attivismo degli operatori tv dell’area come MTG e C More. Al terzo gradino del podio la Germania, che oggi vanta 150 milioni di ricavi SVOD, in aumento fino a 360 milioni entro 5 anni.

Nel complesso il mercato europeo degli OTT video si presenta in netto ritardo rispetto a quello statunitense per fatturato e penetrazione. Ci si aspetta tuttavia che cresca in misura maggiore, mettendo a segno dal 2016 al 2020 un CAGR (tasso composto annuale di crescita) dell’8%, contro quello degli USA pari invece a 3,5 punti percentuali.

Per rispondere alla sida dello streaming, l’industria audiovisiva (europea e non) sta imprimendo una forte accelerazione sulla convergenza tra telco e media. Nonostante lo stop registrato nella cessione di Mediaset Premium a Vivendi, su questo fronte si segnalano il debutto pan-europeo di NOW TV di Sky e quello atteso a breve della Vodafone TV. I grandi gruppi presenti nella UE appaiono, in generale, sempre più impegnati in un’unificazione delle strategie transfrontaliere su cui molto peserà anche l’intervento delle istituzioni comunitarie, con particolare riferimento alla revisione della direttiva sui servizi di media audiovisivi.

E nel nostro Paese quali sono le prospettive di crescita ? Il 2016 sarà ricordato senz’altro come l’anno in cui gli italiani hanno scoperto il video on demand. Sono più di un terzo (36%) quelli che fruiscono di un’offerta OTT, mediamente da 2 o 3 device con una prevalenza di smartphone e tablet. Anche il “modello Netflix”, quello dello streaming ad abbonamento, ha visto una crescita importante, che lo porta a configurarsi sempre di più come un servizio di massa piuttosto che il vezzo di pochi appassionati di tecnologia. Dai 700 mila di utenti di inizio anno, I-Com stima che a fine 2016 gli abbonati a una piattaforma di SVOD superino i 2 milioni, salvo un effettivo roll-out nel nostro Paese del servizio video di Amazon, come predetto dai rumor degli ultimi mesi. I ricavi del comparto si attesteranno su una cifra compresa tra i 50 e 95 milioni di euro.

A spingere in avanti il comparto c’è stato senza dubbio il debutto di Netflix, che dopo 3 mesi dall’avvio delle attività (ottobre 2015) poteva già contare su 280 mila abbonati, inclusi però quelli in fase di prova gratuita del servizio. Per il resto, il panorama dei player del mercato italiano resta piuttosto stabile, in attesa che Vodafone faccia il passo verso la tv convergente e che Mediaset risolva la questione giudiziaria con la francese Vivendi, fino allo scorso luglio intenzionata a dare vita all’anti-Netflix europeo partendo proprio dal polo “latino” Italia-Francia. Sia Mediset che Sky, d’altra parte, sembrano attualmente puntare non solo sui loro rami OTT quali Infinity e NOW TV, ma anche sui servizi on demand riservati agli abbonati di pay-tv. Come comunicato dalla compagnia del gruppo Murdoch, Sky On Demand nel corso del 2016 ha superato quota 200 milioni di download, mentre gli utenti di decoder connessi sono cresciuti di 500 mila unità, per un totale che supera i 2,2 milioni di famiglie. Premium Play ha registra invece oltre 300 milioni di views dal momento del lancio.

Per quanto riguarda il servizio pubblico, Rai si è allineata agli altri broadcaster europei lanciando Rai Play, una destinazione che racchiude in modalità on demand l’intera offerta delle reti di Stato. Da sottolineare anche il rilancio della partnership con YouTube dopo un divorzio costato, secondo alcune critiche, un milione di euro in termini di mancate royalties.

In conclusione ciò che si afferma al di là di ogni dubbio è il mantra che percorre l’industria sin dai primi segnali di digital disruption, vale a dire “Content is king”: le piattaforme sono cambiate e continueranno a cambiare con lo sviluppo della tecnologia. Quello che invece resterà centrale sarà il tipo di offerta presentata al pubblico, in un contesto sempre più affollato di competitor e dove la distinzione tra off- e online sembra perdere progressivamente di significato. Basti pensare anche al ruolo sempre più invasivo dei social network che, a partire da Facebook, puntano sempre di più sul video per distinguersi dalle piattaforme concorrenti e catturare l’attenzione di utenti connessi h24, multitasking e sempre più legati al mobile.

Di fondamentale importanza, soprattutto dal punto di vista europeo, sarà trovare il giusto punto di equilibrio tra promozione delle opere europee, tutela dei consumatori e dei minori, progressiva riduzione delle asimmetrie regolamentari, adozione di misure in grado di incoraggiare l’innovazione, accrescere la qualità dei contenuti potenziandone la circolazione crossborder senza danneggiare i modelli di business legati al principio di territorialità. Nonostante la flessibilità e la caratteristica apertura del web, il processo di convergenza cui si sta assistendo sembra andare di pari passo con un processo di concentrazione in cui a rischio non ci sono solo gli interessi commerciali dei grandi player dell’audiovisivo ma anche la diversità culturale, che rischia di veder crollare gradualmente i fragili canali della distribuzione indipendente.

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