Il gap italiano nella digitalizzazione dei servizi. Un sfida da affrontare e vincere

download (1)La digitalizzazione rappresenta una delle sfide più entusiasmanti degli ultimi anni. Si tratta di un fenomeno dalla portata dirompente che sta ridisegnando la modalità in cui socializziamo, compiamo operazioni bancarie, produciamo ed acquistiamo beni e servizi, in una parola, il mondo in cui viviamo.

Nonostante la rivoluzione digitale stia esplicando i propri effetti in ciascun paese ed in ogni ambito socio-economico, le singole realtà nazionali ed i diversi settori economici stanno giocando la partita della digitalizzazione con attitudini ed intensità variegate che rivelano diversi gradi di “maturità digitale”. I dati sull’Europa, in particolare, dimostrano come cittadini/consumatori ed imprese europei presentino un differente livello di competenze informatiche e, più in generale, una diversa sensibilità rispetto all’avvento dell’era digitale, che si traduce in forme di accesso variegate ai vari servizi digitali ormai disponibili. In questa corsa verso la digitalizzazione, i Paesi del Nord Europa presentano, con riguardo praticamente ad ogni servizio digitale, un maggiore livello di maturità. Il nostro Paese, nel confronto con queste realtà nazionali, sconta ancora un grave ritardo. Si pensi che nel 2016 ancora il 26% degli italiani non ha mai usato internet (in Lussemburgo e Danimarca soltanto il 2%). Se si analizza poi il dato di utilizzo giornaliero di internet per fasce d’età, rispetto ai best performer, il nostro Paese passa da 10 punti di distacco nella fascia d’età più giovane (16-24) a 57 punti percentuali nella fascia d’età più matura (65-74). Con riferimento ad alcuni dei più diffusi servizi digitali ed, in particolare, social network, e-commerce ed internet banking, l’Italia rivela ancora un grave gap da colmare. Con riguardo all’utilizzo dei social network, l’Italia, insieme a Francia e Slovenia, registra la peggiore performance con una percentuale di utilizzo che si ferma rispettivamente al 42%, 40% e 38%, a fronte di una media europea del 52%. Stessa dinamica nell’e-commerce, rispetto al quale il nostro Paese, con solo il 29% degli individui che hanno compiuto acquisti online, occupa l’ultimo posto nella classifica europea insieme a Cipro. Performance non esaltanti per l’Italia anche con riferimento all’internet banking; ed infatti con il 29% il nostro paese si pone molto al di sotto dalla media europea che si attesta al 49%. Anche le imprese italiane dimostrano di non essere al passo con quelle dei paesi più avanzati. Ed infatti, nel 2016 soltanto il 25% delle grandi imprese ha un sito internet ed investe in pubblicità su internet a fronte del 55% di Malta e del 52% e 51% di Svezia e Danimarca.

Nonostante i benefici connessi alla digitalizzazione siano evidenti, i dati in commento evidenziano quanto sia lungo ancora il percorso del nostro Paese verso la piena digitalizzazione. È chiaro che sia dal punto di vista dei cittadini/consumatori che delle imprese la strada è ancora irta di ostacoli. Nel processo di maturazione sicuramente giocheranno un ruolo importante gli incentivi alla domanda digitale (si pensi ai voucher per la digitalizzazione) affiancati ad azioni mirare a favorire l’acquisizione delle competenze digitali. Lato imprese, invece, al fine di agevolare la comprensione dei benefici connessi alla digitalizzazione ed incentivare gli investimenti nel canale digitale sarà senza dubbio cruciale favorire l’alfabetizzazione digitale del personale, incentivare l’introduzione nell’organico aziendale di figure professionali formate a massimizzare l’impiego degli strumenti digitali ed accelerare sulla digitalizzazione dei modelli di business sia dell’industria che dei mercati, anche mediante un ruolo attivo della PA che deve farsi promotrice di un modello nuovo di erogazione dei servizi che dal mondo analogico finalmente viri deciso verso quello digitale.

Vicepresidente dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Tor Vergata nel 2006 ha partecipato, nel 2009, al master di II Livello in “Antitrust e Regolazione dei Mercati” presso la facoltà di Economia della medesima università conseguendo il relativo titolo nel 2010, anno in cui ha conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione forense.

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