Salute, le disuguaglianze in Italia secondo l’Università Cattolica

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22 febbraio 2018     Cinzia ARU

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L’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane dell’Università Cattolica ha recentemente sottolineato il problema delle disuguaglianze in tema di salute, determinate da fattori legati “al contesto” in cui i cittadini vivono e  “agli individui” stessi e in grado di generare rilevanti divari nella popolazione italiana, anche in termini di accesso ai servizi sanitari.

Principali fattori. Secondo l’Osservatorio, le disuguaglianze sono determinate dalle risorse poste a disposizione del Servizio Sanitario Nazionale, dalla sua organizzazione, dal grado di urbanizzazione e dal capitale sociale del territorio di residenza. Questi fattori, indicati come fattori legati al contesto, si sovrappongono ai fattori individuali, sia di natura biologica (es. patrimonio genetico, genere, età), sia di natura socio-economica (es. reddito, titolo di studio, professione).

Disuguaglianze di salute. Aspettativa di vita, mortalità prematura, presenza di cronicità rappresentano l’effetto congiunto dei fattori precedentemente indicati e consentono di avere un quadro generale del territorio nazionale. I dati del 2017 riportati dall’Osservatorio indicano che, mentre in Campania uomini e donne vivono mediamente 78,9 e 83,3 anni, nella Provincia Autonoma di Trento gli uomini raggiungono 81,6 anni mentre le donne 86,3. In termini generali il Nord-Est registra una maggiore sopravvivenza (speranza di vita di uomini e donne pari a 81,2 e 85,6 anni) rispetto al Mezzogiorno (speranza di vita di uomini e donne pari a 79,8 e 84,1 anni). Firenze è la Provincia più longeva (84,1 anni come aspettativa di vita; 1,3 anni in più della media nazionale) mentre Caserta e Napoli presentano una speranza di vita di oltre 2 anni inferiore rispetto alla media nazionale (dato 2016). Campania, Sicilia, Sardegna, Lazio, Piemonte e Friuli rappresentano inoltre le Regioni con valori elevati di mortalità prematura, avendo fatto registrare numerose morti evitabili tra il 2004 ed il 2013.

Il divario sociale. Un uomo italiano può sperare di vivere 77 anni se possiede un livello di istruzione basso e 82 anni se possiede una laurea, mentre le donne italiane possono puntare, rispettivamente a 83 e 86 anni (dato 2012). La prevalenza di persone con almeno una patologia cronica grave nella fascia d’età 25-44 anni è pari al 5,8% tra coloro che hanno un titolo di studio basso e al 3,2% tra i laureati. Tale divario sembrerebbe aumentare con l’età, tra i 45-64 anni le percentuali raggiungono il 23,2% e l’11,5%. Tra gli altri dati riportati dall’Osservatorio troviamo inoltre che l’obesità colpisce il 14,5% delle persone con titolo di studio basso, mentre la percentuale scende al 6% tra i più istruiti. Avere genitori laureati contribuisce inoltre a influenzare la salute dei figli: il 20% dei figli di donne laureate risulta in sovrappeso ma tale percentuale sale al 30% quando la madre ha un titolo di studio basso.

Disuguaglianze nell’accesso ai servizi. Nel nostro Paese non di rado i cittadini rinunciano alle cure o alle prestazioni sanitarie a causa dell’impossibilità di pagare il ticket per la prestazione: una circostanza che influisce negativamente sulla possibilità di prevenire una patologia o di diagnosticarla tempestivamente. L’Osservatorio evidenzia, anche in questo caso, il peso dovuto al divario sociale, riportando che “nella classe di età 45-64 anni le rinunce ad almeno una prestazione sanitaria è pari al 12% tra coloro che hanno completato la scuola dell’obbligo e al 7% tra i laureati. La rinuncia per motivi economici tra le persone con livello di studio basso è pari al 69%, mentre tra i laureati tale quota si ferma al 34%.”

Conclusioni. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale, di stampo universalistico, deve fronteggiare un’ampia domanda di salute caratterizzata da cronicità e polimorbidità, tenendo conto di risorse economiche limitate. La lotta alle disuguaglianze rimane dunque un obiettivo da perseguire attraverso iniziative volte a migliorare l’empowerment culturale in termini di salute e stili di vita e migliorando l’accesso alle cure rendendo il sistema più sostenibile, mettendo ad esempio in rete le strutture ospedaliere e territoriali e verificando l’appropriatezza dei servizi offerti, migliorando dunque un sistema sanitario che, avendo fatto registrare 6,6 punti percentuali di differenza tra i meno e i più istruiti in termini di disuguaglianze, rimane secondo solo alla Svezia.