Il Mezzogiorno riparte dalle piccole e medie imprese. Report Confindustria-Cerved

Le piccole e medie imprese del Sud Italia sono riuscite finalmente a mettersi alle spalle questi 10 lunghissimi anni di crisi economica. O, almeno, sono sulla strada giusta per riuscirci. Il quadro emerge dal Rapporto Pmi Mezzogiorno, il lavoro che ogni anno Confindustria e Cerved realizzano con l’obiettivo di fare il punto della situazione sullo stato di salute di questo importantissimo pezzo dell’economia italiana.

La ricerca è stata condotta su un campione di 26.000 piccole e medie imprese del Meridione. Primo dato interessante è il fatturato complessivo di queste aziende: grazie a un valore complessivo di 130 miliardi di euro, è tornato ai livelli pre-crisi, con una crescita nel 2017 pari al 2,7%, anche al di sopra della media nazionale. In effetti, a voltare definitivamente pagina dopo gli anni bui della crisi è stato l’intero sistema. Come confermano i dati relativi alla nascita o alla chiusura di nuove imprese: le uscite dal mercato sono tornate su livelli fisiologici, mentre aumentano consistentemente i nuovi ingressi, per merito anche della sempre maggior diffusione delle Srl semplificate, introdotte nel 2012: oltre la metà delle nuove imprese nate al Sud nel 2017 si è, infatti, costituita in questa forma.

Altro aspetto positivo da sottolineare, al di là dei numeri, è certamente la robustezza manifestata dal sistema delle Pmi del Sud Italia. Nonostante il permanere delle difficoltà – in primis l’accesso al credito – migliora la sostenibilità finanziaria: in tal senso il rapporto tra debiti e capitale netto è sceso nel 2017 al 91%. Questo avviene non tanto in virtù di una riduzione dell’indebitamento, quanto grazie alla ripresa del processo di capitalizzazione. La crisi ha portato le piccole e medie imprese meridionali a ridurre fortemente il ricorso al credito bancario e a fare maggiormente leva sul capitale proprio. A questo proposito è da segnalare pure la crescente puntualità nei pagamenti alle proprie controparti: il tempo medio di pagamento delle fatture (pari a 78,3 giorni nel 2017) è diminuito di 2,6 giorni nell’ultimo anno, e ben di 11 rispetto al 2012.

Un’attenzione particolare, poi, il rapporto la rivolge al segmento delle Pmi industriali, che in assoluto registrano le performance migliori e che, non a caso incrementano di più gli investimenti. Ciò avviene in particolare in Campania, Puglia e Sicilia, dove gli investimenti superano la quota del 10% delle immobilizzazioni. Un dato superiore sia alla media nazionale (+3,1%) che alla totalità delle PMI del Mezzogiorno (+2,7%), con margini lordi in aumento del 3,2%. Risultati che hanno dato avvio a un’inversione di tendenza dopo gli effetti devastanti della crisi economica, la quale ha segnato nel periodo 2007-2014 un calo di ben il 20% della base produttiva manifatturiera dell’area. Sono, altresì, quelle più solide, ossia col minor rapporto tra debiti e capitale netto.

La fotografia che emerge mostra, insomma, un sistema imprenditoriale – e, in particolare, industriale – al Sud certamente decimato dalla crisi, ma dinamico, competitivo e in ripresa, il cui problema principale è la difficoltà a espandersi.

Gli strumenti non mancano: si pensi alle Zone Economiche Speciali (ZES) – volte ad attrarre investimenti in determinate zone del Mezzogiorno, attraverso agevolazioni di natura fiscale e semplificazioni burocratiche – e al Fondo Imprese Sud che mira proprio alla crescita dimensionale delle piccole imprese del Meridione. Purtroppo mancano ancora i provvedimenti attuativi, senza i quali sarà difficile aiutare i processi di ripresa in corso. Tuttavia, al di là delle misure esistenti – molti altri sono gli strumenti già attivi – tre sono gli aspetti sui quali occorre fare qualche sforzo in più. Innanzitutto l’evoluzione della cultura d’impresa, con l’obiettivo di facilitare la comunicazione tra piccoli imprenditori e istituzioni finanziare. In secondo luogo, il rafforzamento della governance delle Pmi, con l’adozione di un codice di autodisciplina che avvicini le aziende più piccole a modelli d’impresa più strutturati. E ancora l’incentivo alla digitalizzazione, in grado di ridurre i costi del finanziamento. Tutto questo per agevolare l’accesso al credito da parte delle Pmi, assai complicato per numerose ragioni che vanno dal maggior rischio di default alla minore disponibilità di informazioni, passando per la più elevata incidenza dei costi fissi di finanziamento.

Ben vengano, dunque, le iniziative volte a promuovere la nuova imprenditorialità – l’ultima in questo senso è stata lanciata da poco e porta il nome di “Resto al Sud” – ma l’attenzione deve restare focalizzata principalmente su crescita dimensionale, investimenti e competitività dei territori.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata all’Università Commerciale L. Bocconi in Economia, con una tesi sperimentale sull’innovazione e le determinanti della sopravvivenza delle imprese nel settore delle telecomunicazioni.

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