Perché è strategico per l’Italia investire sui porti del Mezzogiorno

Il Mediterraneo conferma di rivestire un ruolo chiave negli scambi commerciali globali. Negli ultimi 20 anni è cresciuto del 500% il traffico di container nel Mare Nostrum. I primi 30 porti del Mediterraneo si attestano oggi a 53 milioni di TEU (unità di misura equivalente a venti piedi utilizzata per il trasporto di container), quando nel 1995 si fermavano a 9 milioni. Sono questi alcuni dei dati contenuti nel 5° Rapporto Annuale “Italian Maritime Economy” elaborato da Srm (Studi e Ricerce per il Mezzogiorno) – un centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo – e presentato il 5 giugno a Napoli.

Si tratta di una crescita diffusa: sono 19 i porti dell’area che hanno superato la soglia del milione di TEU e che consentono agli scali delle due sponde di guadagnare quote rispetto al Nord Europa. Infatti se i Paesi che si affacciano sui mari nordici detengono una fetta di mercato del 40%, in declino di 6 punti percentuali dal 2008 ad oggi, il Mare Nostrum riprende 5 punti percentuali ed esibisce una quota di mercato del 41%.

L’ampliamento e la messa a regime del Canale di Suez, gli ingenti investimenti cinesi, lo sviluppo incessante delle aree portuali sono alcuni degli elementi che alimentano il dinamismo produttivo e commerciale del Mediterraneo. Il Canale di Suez, ad esempio, in seguito al raddoppio ha mostrato una crescita record: ha chiuso il 2017 con 909 milioni di tonnellate transitate e 17.550 navi, facendo registrare un incremento del +11% sul 2016. Nello specifico, è aumentato del 20% il traffico nella direzione Nord-Sud, che rappresenta il 52,6% del totale traffico merci del Canale e ha come destinazione principale il Sud-Est asiatico (27% del totale). Al contrario risulta stabile il traffico nella direzione opposta (+3%).

Allo stesso tempo, prosegue in modo deciso il programma cinese “Belt & Road Initiative” (BRI), che prevede ingenti investimenti nei porti, in particolare nei terminal e nelle infrastrutture intermodali, di Turchia, Egitto, Grecia, Italia e Spagna, che già nel 2017 hanno toccato i 4 miliardi di euro. Significative le operazioni cinesi in corso al Pireo e a Valencia, che consentono al Dragone di porre due basi strategiche per i propri traffici nel Mediterraneo orientale e occidentale.

Positive le performance dei porti italiani. Per il nostro Paese cresce la componente internazionale del trasporto marittimo. Nel 2017 l’import-export via mare ha superato i 240 miliardi di euro, segnando un incremento del 12,4% rispetto al 2016. Srm fa notare che il 38% degli scambi commerciali italiani calcolati in valore avviene via mare. Questa percentuale oltrepassa il 70% se, invece, consideriamo gli scambi in quantità. L’Italia, d’altronde, si riconferma leader europeo nello Short Sea Shipping. Infatti, è il primo Paese dell’Unione Europea per trasporto a corto raggio nel Mediterraneo, con 218 milioni di tonnellate di merci trasportate, che costituiscono una quota di mercato del 36%.

Sono dati che ci danno la misura di quanto sia strategico investire nella logistica marittima per dare slancio all’industria italiana. La portualità, inoltre, è uno dei settori dove si distingue il contributo del Mezzogiorno d’Italia, ideale piattaforma logistica a sostegno dell’impresa del territorio. Secondo Srm, tutti i dati di traffico attestano il Sud Italia al 45-50% del commercio marittimo nazionale e le imprese del Mezzogiorno realizzano il 63% del loro import-export via mare per un ammontare di 53 miliardi di euro. Consideriamo, in più, che i porti del Meridione, in cui sono presenti le tre grandi alleanze navali (2M, Ocean Alliance e The Alliance), generano valore aggiunto per l’economia del Sud pari a 2,5 miliardi di euro e producono un impatto positivo sul resto del Paese di 5,4 miliardi di euro. Per questi motivi, la portualità del Sud Italia può rivestire una funzione rilevante per la proiezione internazionale delle filiere meridionali, soprattutto quelle relative all’agroalimentare, all’abbigliamento, all’aerospazio, all’automotive (le “4 A”) e al bio-farmaceutico, che già esportano 20,6 miliardi di prodotti in tutto il mondo e costituiscono il 46,4% dell’export complessivo meridionale. È necessario, quindi, che partano le Zone Economiche Speciali, previste dal governo Gentiloni, e che tutti i livelli istituzionali investano sull’intermodalità e su una logistica portuale che sia integrata ai processi di produzione industriale. In particolare, le ZES possono costituire un volano utile all’attrazione degli investimenti e al rafforzamento della competitività per l’Italia.

Ricopre attualmente il ruolo di Direttore dell’area Energia presso l’Istituto per la Competitività (I-Com), dove è stato Research Fellow a partire dal 2017. Laureato in Economia e politica economica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, successivamente ha conseguito un master in “Export management e sviluppo di progetti internazionali” presso la Business School del Sole24Ore. Attualmente è dottorando di Economia applicata presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre. Si occupa principalmente di scenari energetici e politiche di sviluppo sostenibile, oltre che di politiche industriali e internazionalizzazione di impresa.

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