La spesa privata e le sfide della politica sanitaria

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Eleonora MAZZONI

Nell’ultima settimana tanto si è parlato dei dati presentati durante il consueto appuntamento del Welfare Day, giunto ormai alla sua settima edizione e promosso da Rbm Salute. Durante l’evento tenutosi a Palazzo Colonna a Roma sono stati presentatii risultati della ricerca del Censis sui comportamenti e la spesa out-of-pocket degli italiani per salute e sanità. Nel rapporto si legge di una spesa sanitaria privata che ha raggiunto i 40 miliardi di euro nel 2017 e di 44 milioni di italiani che hanno speso di tasca propria per pagare prestazioni sanitarie per intero o con il ticket (per una spesa media pro-capite di 655 euro) e di 7 milioni di italiani che si indebitano per pagare cure e servizi sanitari. Le reazioni non sono state però tutte concordi nel leggere questi risultati come conseguenza univoca delle mancanze del nostro Servizio sanitario nazionale.

Tonino Aceti di Cittadinanzattiva ha sottolineato, in un’intervista a Sanità24, come non sia il caso di strumentalizzare i dati sulla spesa sanitaria privata allo scopo di sostenere un migliore funzionamento del privato rispetto al pubblico: il Servizio sanitario nazionale va rilanciato, e non tutta la spesa privata si giustifica in funzione dell’incapacità del Ssn di dare delle risposte adeguate. I 40 miliardi di euro sborsati direttamente da parte dei cittadini sono infatti composti, come emerge leggendo il rapporto RBM–Censis, anche dalla spesa per ticket, dalla differenza di prezzo tra farmaco brand e farmaco generico (frutto di scelte private del singolo cittadino), dalla spesa per cure odontoiatriche che solo parzialmente sono incluse nei Lea, da integratori, prodotti omeopatici e così via. Secondo l’AIOP, l’incremento della spesa sanitaria privata è stato determinato dall’intreccio tra le difficoltà del pubblico e la crescita delle aspettative dei cittadini: non ci si limita a ricorrere al privato quando l’accesso al pubblico risulta precluso o lento ma anche quando si cerca una qualità migliore o semplicemente maggiori certezze. Le patologie croniche, in particolare, generano costi continuativi e difficilmente contenibili, e la percezione diffusa che in caso di insorgenza di una patologia si potrebbe essere comunque costretti a metter mano, pur in presenza della copertura pubblica, alle proprie risorse hanno generato una diffusa insicurezza che è tra le ragioni primarie del cosiddetto risparmio per cash securizzante”. E’ ancora l’AIOP a riportare che per il 73,4% degli intervistati prevale il rischio di dover fare fronte a spese sanitarie private alla base della necessità di tenere in forma liquida le risorse.

Le riflessioni sin qui presentate non sembrano aver subito sostanziali modifiche negli ultimi anni. La centralità del paziente, la riorganizzazione dell’assistenza sul territorio, il complicato caso della governance della spesa farmaceutica e i vincoli di bilancio del Ssn arrivano oggi a far parte di un unico grande tema: la sostenibilità di lungo periodo, e quindi intergenerazionale e necessariamente intersettoriale, del nostro Sistema sanitario nazionale. Al riguardo, durante il welfare day, è nuovamente emerso il tema della sanità integrativa, contenuto anche all’interno di un decalogo di proposte compilato dall‘ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile) per la promozione dell’Obiettivo 3 dell’Agenda Onu 2030 “Salute e benessere per tutti a tutte le età”, che propone la sua regolamentazione come opportunità per il raggiungimento di una maggiore giustizia sociale, idea che si è già prepotentemente fatta largo negli anni passati in concomitanza al definanziamento del Ssn. La sanità integrativa può contribuire a supportare il Ssn solo in concomitanza di un nuovo impianto legislativo che garantisca la tutela il cittadino da derive consumistiche e di privatizzazione. L’AsviS, che ha presentato presso la Camera dei Deputati i risultati emersi dal Festival dello Sviluppo Sostenibile, ha richiamato in ogni caso il miglioramento in Italia dell’andamento degli indicatori che riflettono gli obiettivi 2030 su salute e benessere negli ultimi dieci anni, pur ricordando che le disuguaglianze in termini di accesso ai servizi restano molto ampie, e ancora tutte da superare.

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