Le regioni e la trasformazione italiana. La fotografia del Censis

Articolo
Michele Masulli

A quasi 50 anni dall’istituzione delle regioni e a più di 15 dalla riforma del Titolo V della Costituzione, quale è la condizione della rappresentanza regionale? Infiacchita dalle crisi politiche degli ultimi anni, vittima di numerosi scandali, ha risentito e sta risentendo fortemente della debolezza della fiducia e del sentimento di distanza che gli italiani avvertono nei confronti delle istituzioni. Come rivitalizzarne, pertanto, il ruolo?

A questa domanda prova a rispondere lo studio “Il ruolo della dimensione regionale nell’evoluzione del mosaico territoriale italiano. Una nuova constituency per il prossimo ciclo politico-istituzionale” – realizzato dal Censis per conto della Conferenza dei Presidenti della Assemblee legislative delle Regioni e delle Province Autonome – che coniuga la profondità della lettura dei processi sociali, economici e istituzionali con le evidenze derivanti da una survey sottoposta ai consiglieri regionali. Da quest’ultima, emerge innanzitutto la solida consapevolezza che il regionalismo non sia mai entrato nel cuore degli italiani, in particolare, si dice, per l’incapacità delle istituzioni regionali di veicolare in modo efficace il valore del proprio ruolo di rappresentanza territoriale. E anche perché, parere particolarmente diffuso tra i consiglieri regionali del Nord, il legislatore nazionale ne ha ridimensionato il ruolo. Tuttavia, c’è anche una certa fiducia rispetto al futuro delle regioni, poiché si pensa che l’avvenire delle autorità nazionali e internazionali passi dalla capacità di valorizzare l’autonomia dei livelli territoriali e di rafforzarli con opportune politiche di coesione.

Al centro delle preoccupazioni dei legislatori regionali c’è il tema dei rapporti con lo Stato. Nonostante la riforma costituzionale del 2001, il riordino complessivo delle competenze delle regioni viene chiesto in misura consistente, soprattutto dal Nord del Paese, insieme a forme più incisive di consultazione preventiva e di cooperazione nelle materie che impattano sulla dimensione territoriale. Permane, invece, ferma contrarietà ad una proposta che di frequente fa capolino nel dibattito pubblico: quella di ridefinire il perimetro attuale delle regioni, procedendo ad accorpamenti. Vengono, al contrario, apprezzate le possibilità di rafforzamento del dialogo trans-regionale e di integrazione sul piano amministrativo di funzioni su territori contigui e con caratteristiche omogenee. Opinioni diversificate si registrano in merito alla possibilità di attribuire competenze alle regioni sulla base delle loro richieste e delle caratteristiche del territorio: il cosiddetto “regionalismo differenziato”. Su questa frontiera, si distinguono in modo favorevole le regioni del Nord-Est, dove vive il dibattito sulla responsabilità fiscale dei livelli regionali e sul residuo fiscale, ma anche nel resto d’Italia parte importante dei componenti dei consigli regionali si schiera a sostegno.

Secondo gli intervistati, l’elezione diretta dei presidenti (non a caso spesso indicati, all’americana, come “governatori”) non ha aiutato ad accrescere la capacità di incidere delle regioni. Anzi, avrebbe avuto l’effetto controproducente di disancorare rappresentatività politica, espressa dai consiglieri, e dimensione decisionale, appannaggio degli esecutivi. Per rimarginare questo distacco, si auspica un irrobustimento delle prerogative dei Consigli, delle loro funzioni di indirizzo strategico, programmazione, valutazione delle politiche e di definizione dell’agenda regionale.

In generale, lo studio del Censis oltrepassa i livelli regionali per andare più a fondo, a scomporre e ricomporre il mosaico territoriale italiano, sulla base di una rilettura dei dati demografici e socio-economici provinciali, rilevando l’insufficienza di un’analisi fondata sui confini amministrativi delle attuali regioni al fine di individuare le direttrici di cambiamento che stanno segnando il nostro Paese. Affiorano, pertanto, le mille sfaccettature della provincia italiana, dai piccoli centri agricoli del Mezzogiorno ai poli metropolitani, dai territori delle reti multifunzionali e della manifattura competitiva alla fascia mediana inerte, a rischio di involuzione, dal cuore produttivo alle aree dello squilibrio socio-economico. Dal lavoro di clusterizzazione della superficie italiana condotto dal Censis si evidenzia come la dimensione territoriale rivesta fortissima centralità. Che continuerà a essere leva di sviluppo, se sarà in grado di contrastare i significativi divari socio-economici che l’attraversano in misura crescente.

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