Ecco i vantaggi dell’Intelligenza artificiale per il mondo del lavoro

Articolo
Silvia Compagnucci

L’Intelligenza artificiale rappresenta senza dubbio uno dei fenomeni più interessanti e complessi della nostra era. L’Ericsson Mobility Report stima che saranno oltre 4 miliardi i collegamenti cellulari IoT nel 2024. Numeri interessanti vista la crescente disponibilità di dati e informazioni che necessitano di essere adeguatamente raccolti, analizzati e utilizzati. Allo stesso tempo, cresce la paura di un impatto negativo sul mondo del lavoro. Che gli effetti sull’occupazione siano inevitabili è un dato di fatto. Su quanto forte sarà la rivoluzione tuttavia non ci sono dati univoci.

LE PRIME APPLICAZIONI DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Già nella fase di assunzione del personale i moderni strumenti di automazione giocano un ruolo importante. Sono note le esperienze di alcune grandi aziende che si sono dotate di algoritmi e sistemi in grado di contribuire alla scrematura delle candidature. Oppure quelle che si avvalgono di assistenti virtuali in grado di condurre colloqui e di selezionare o respingere il candidato a seguito di un’analisi della postura oppure del tono di voce utilizzato.

Se queste sembrano essere alcune delle nuove frontiere del recruitment, uno degli aspetti senza dubbio più rilevanti concerne la perdita di posti di lavoro causata dall’introduzione di queste nuove tecnologie in azienda. Non esistono ancora stime univoche. A seconda delle assunzioni di partenza e della tipologia di dati analizzati, le previsioni variano dal 9 a – addirittura – il 50%. Un recente studio OCSE sul tema evidenzia come, su un campione di 32 Paesi esaminati, esista un rischio di automazione in media pari al 47%, con una variabilità che va dal 41 della Norvegia al 57 della Slovacchia. In generale, i Paesi che registrano le più basse probabilità di automazione dei posti di lavoro sono del Nord Europa (Norvegia, Finlandia, Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi e Danimarca) dove maggiore è il numero di lavori che richiedono skills di tipo cognitivo. All’estremo opposto i Paesi a più spiccata propensione manifatturiera (Europa orientale e meridionale), e la Germania, sesta per rischio di automazione (quarta se si considerano solo i Paesi Ue). L’Italia invece si posiziona al dodicesimo posto della classifica generale (al nono in quella europea) con una probabilità del 49% – per il lavoratore medio – di vedere la propria mansione automatizzata. Più nello specifico, circa il 35% delle professioni ha un rischio di automazione compreso tra il 50 e il 70%, mentre il 14% – circa un lavoro su sette – supera la soglia media.

GLI STUDI SUL TEMA

Molti degli studi condotti sul tema evidenziano come l’Intelligenza artificiale rappresenterà più che un problema, un’opportunità. Il recente rapporto del World Economic Forum (Wef) dal titolo “The Future of Jobs 2018” prevede che entro il 2022 l’Intelligenza artificiale creerà 133 milioni di nuovi posti di lavoro (a fronte di una perdita di 75 milioni). I professionisti più richiesti saranno i data analyst e i data scientist, sviluppatori di software e applicazioni ed esperti di e-commerce e social media. Ci si aspetta anche un incremento dei ruoli che si basano su competenze “umane” distintive, come gli addetti al customer care, i professionisti delle vendite e del marketing, gli specialisti dello sviluppo organizzativo e i responsabili dell’innovazione. A ciò si aggiunge la domanda di ruoli specialistici completamente nuovi legati alla comprensione e al potenziamento delle più recenti tecnologie emergenti: esperti di Intelligenza artificiale e di machine learning, nonché specialisti di big data e di automazione dei processi. Anche la Commissione europea, nella Comunicazione sull’Intelligenza artificiale dello scorso aprile, ha confermato che le nuove tecnologie di automazione contribuiranno alla formazione di nuovi profili professionali. Il numero di specialisti Ict nell’Unione Europea è cresciuto del 5% all’anno dal 2011 e ha generato ben 1,8 milioni di posti di lavoro, incidendo dal 3 al 3,7% sul totale dell’occupazione in soli 5 anni.

La varietà delle stime disponibili dimostra quanto l’impatto dell’Intelligenza artificiale sul lavoro sia ancora tutto da comprendere e valutare. È chiaro come per stare al passo con la rapidità del progresso tecnologico e non perdere competitività ciascun Paese sia chiamato a ripensare i propri modelli formativi per assicurare da un lato la disponibilità di nuovi professionisti e dall’altro il reskilling di quelli già impiegati.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.