Come corre il treno dell’Intelligenza artificiale. I settori che cresceranno di più


Articolo
Giusy Massaro

L’Intelligenza artificiale è un treno in corsa già in diversi settori ed è ormai alla base del cambiamento interno delle aziende. Questa tecnologia renderà le macchine e i robot capaci di interagire tra di loro e soprattutto di imparare dalle varie situazioni che si creano all’interno dei processi produttivi. Un cambiamento che significherà più efficienza e minori costi per le imprese. Le industrie che più subiranno l’uso dell’Intelligenza artificiale sono l’auto e la sanità. Nel primo caso, l’automazione porterà a una crescita esponenziale dei sistemi driverless mentre nel secondo, grazie ad applicazioni e wearable, il paziente potrà interagire facilmente con il medico e inviargli tutti i dati sulla propria salute. Virtual Assistant/Chatbot, motori di Recommendation e Intelligence Data Processing sono le soluzioni di Intelligenza artificiale attualmente più mature e diffuse. I settori più avanti nell’adozione di queste tecnologie sono il bancario, finanziario e assicurativo, l’automotive, l’energia, la logistica e le telecomunicazioni.

Nell’e-commerce e nel retail a farla da padrone nei prossimi anni saranno i motori di Recommendation, ossia quelle tecnologie che operano nell’assistenza al processo di vendita online, selezionando prodotti e servizi che interessano maggiormente il cliente. Ma l’Intelligenza artificiale può fare molto anche per la pubblica amministrazione, sia a livello di processi centralizzati, sia a livello locale. È però necessario avviare una serie di azioni, una politica di investimenti in tecnologia, formazione, ma anche in risorse di tipo computazionale e informativo per favorire l’applicazione di questo nuovo paradigma nel settore pubblico. In futuro molti processi amministrativi potranno essere espletati con un certo grado di automatismo, per arrivare all’obiettivo di una “burocrazia virtuale”. Per questo sono stati destinati 5 milioni di euro allo sviluppo di progetti pilota per le Pubbliche amministrazioni che collaboreranno con l’Agenzia per l’Italia Digitale (Agid) per individuare iniziative volte all’adozione sostenibile e responsabile dell’Intelligenza artificiale.

Se molti sono i benefici derivanti dall’avvento delle nuove tecnologie, non poche sono anche le sfide che esso porta con sé: etiche, giuridiche, tecnologiche, culturali e, non ultime, relative alla relazione dei nuovi strumenti di automazione con l’essere umano. L’intelligenza artificiale, infatti, automatizza in maniera intelligente i processi e permette di fare cose che fino a poco tempo fa sembravano impossibili. Questo, però, genera non poco allarme tra i lavoratori. Contrariamente alle aspettative, esistono studi recenti che mostrano potenziali effetti benefici dell’Intelligenza artificiale sull’occupazione. Tra questi, una recente ricerca condotta da Accenture secondo la quale i ricavi delle imprese potrebbero crescere del 38% entro il 2020. Anche il livello di occupazione potrebbe beneficiare di un aumento del 10%. I settori che ne trarrebbero più vantaggio sono le Tlc, il sanitario, i servizi professionali e del commercio. Sviluppo di app, analisi dei Big data e software design sono solo alcuni esempi delle figure professionali completamente nuove che il cambiamento tecnologico sta creando.

Indubbiamente sono molte le professioni messe a rischio in quanto considerate “obsolete”. O, quantomeno, si richiede una pesante rivisitazione dei compiti da svolgere e del modo in cui lo si fa. Se stime univoche di quello che sarà il reale impatto sul mondo del lavoro ancora non esistono, ciò su cui tutti sono d’accordo è che i lavori a minor rischio automazione sono quelli meno standardizzati e fortemente basati sull’interazione sociale. Ma non sono solo i profili operativi ad affrontare un radicale cambiamento. Anche i ruoli manageriali subiranno una profonda revisione, richiedendo sempre più competenze trasversali: i manager dell’era digitale dovranno essere in grado di avere una buona visione d’insieme (avendo al tempo stesso una buona expertise in un ambito particolare), di gestire risorse dal profilo multidisciplinare, di saper innovare e adattare i modelli operativi interni a un’impresa.

Quella delle competenze è forse la principale barriera all’adozione dell’Intelligenza artificiale. Un paper pubblicato da McKinsey solo pochi giorni fa rivela che l’Europa tutta – ma alcuni Paesi, tra cui l’Italia, in maniera più accentuata – soffre di una carenza di competenze: oltre la metà delle imprese europee intervistate lamenta la mancanza di professionalità in grado di interfacciarsi con le nuove tecnologie ed il 28% fatica a trovare manager capaci di portare l’Intelligenza artificiale all’interno della propria realtà aziendale.

Fondamentale, insomma, è comprendere che di pari passo con l’evoluzione digitale anche il modo di lavorare all’interno delle aziende sta cambiando e richiede competenze e figure professionali differenti. Piuttosto che lasciarsi spaventare, occorre investire sul cambiamento, con l’auspicio che il tutto si traduca in una mole di lavoro ridotta e semplificata, in dipendenti focalizzati maggiormente sui compiti strategici e, pertanto, più soddisfatti e con un miglior equilibrio vita-lavoro. L’Europa ne è consapevole e non a caso la Commissione ha presentato, lo scorso aprile, la Strategia europea sull’Intelligenza artificiale e ha previsto fondi per 2 miliardi di euro a sostegno degli investimenti privati nel settore, nel tentativo di colmare il notevole divario rispetto ad altre aree del mondo: in Asia sono 10 i miliardi investiti, negli Stati Uniti 18, in Europa solo circa 3.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata all’Università Commerciale L. Bocconi in Economia, con una tesi sperimentale sull’innovazione e le determinanti della sopravvivenza delle imprese nel settore delle telecomunicazioni.

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