Lo stato (di salute) della moda italiana. Indagine Mediobanca

Articolo
Gaia Del Pup

Il settore della moda in Italia ha vissuto una crescita costante negli ultimi anni, concludendo il 2017 con un impatto sul prodotto interno lordo pari all’1,3%. In occasione della presentazione del rapporto “Indagine sulla moda italiana e i maggiori operatori europei“, redatto dall’Area Studi di Mediobanca, sono emersi alcuni dati rilevanti sullo stato di crescita delle aziende italiane appartenenti alla filiera della moda. Sono 163 le società con sede in Italia che nel 2017 hanno fatturato almeno 100 milioni di euro, 146 sono aziende manifatturiere mentre le restanti si occupano di distribuzione al dettaglio.

IL FATTURATO E L’EXPORT

Il fatturato realizzato dalle aziende di moda in Italia nel 2017 è stato di quasi 71 miliardi di euro, di cui il 40,5% proviene dal settore dell’abbigliamento, il 20,9 dalla pelletteria e il 16,2 dall’occhialeria. Sul totale dei fatturati delle aziende di moda italiane circa un terzo proviene da società a controllo straniero, in particolare francese. Se la crescita negli ultimi anni si è dimostrata costante, gli incrementi maggiori si sono verificati nel biennio 2014-2015. Nel biennio 2016-2017 le variazioni, con segno positivo, sono state più contenute e rispettivamente del 4,9 e 4,5%. Il settore che ha registrato la crescita maggiore è stato quello della gioielleria con un incremento del 13,3%, seguito da distribuzione (+11%), tessile (+6,3%), abbigliamento (+5,9%), occhialeria (+5,6%) e la pelletteria (+4,7%). Tra tutti, il settore che ha avuto il maggiore incremento per quanto riguarda i margini è stato il tessile, con un aumento di 3,5 punti percentuali tra il 2013 e il 2017.

Anche la quota export delle aziende di moda italiane prese in considerazione continua a vivere un periodo di crescita e rappresenta una fetta importante del loro giro d’affari. Nel 2017 il fatturato estero delle imprese rappresentava il 63% delle vendite totali, con un incremento del 22,9% rispetto al 2013. Le imprese che vedono la maggior incidenza percentuale del fatturato estero sono: occhialeria (89,8%), tessile (72,5%) e pelletteria (66,1%).

LA FORZA LAVORO

La crescita delle vendite registrata tra il 2013 e il 2017 ha portato in Italia a un incremento della forza lavoro del 19,7%, per un totale di 60.000 dipendenti in più. Ne hanno beneficiato maggiormente il settore della distribuzione, della pelletteria e dell’abbigliamento rispettivamente del 26,8, 26,7 e 22,4%. Nel 2017 la crescita rispetto all’anno precedente è stata del 4%, maggiore rispetto a quella delle società manifatturiere italiane. L’impatto positivo sull’occupazione in Italia emerge anche dal rapporto I-Com presentato in occasione dell’ultima edizione nazionale dell’Osservatorio relazioni territori-imprese: “Secondo i dati di Unioncamere del 2017 sono circa 4 milioni i contratti di lavoro attivati dalle imprese residenti in Italia nel corso dell’anno“. La distribuzione a livello regionale vede in testa la Lombardia dove gli ingressi previsti nel mondo del lavoro rappresentano il 20,3% del totale. A seguire Veneto ed Emilia Romagna rispettivamente con il 9,8 e il 9,5%.

I CONTI ECONOMICI E LA STRUTTURA FINANZIARIA

L’utile netto ha visto un incremento per quanto riguarda l’incidenza sul fatturato passando dal 4,2% nel 2013 al 5,3 nel 2017. Merito anche della diminuzione del carico fiscale, con il passaggio del tax rate dal 41% del 2013 al 25,1 del 2017. I numeri si sono rivelati positivi anche in valore assoluto: i profitti netti per il 2017 sono stati pari a 3,8 miliardi di euro, con una produzione media di 63.000 euro di utili al giorno per ciascuna azienda. Le imprese di moda si rivelano solide anche dal punto di vista della struttura finanziaria grazie a una bassa incidenza del debito sui mezzi propri, con un peso del 33,7%. Best performer sono abbigliamento e pelletteria anche sotto il profilo della dotazione di liquidità, con il rapporto tra disponibilità e debiti finanziari che si attesta rispettivamente al 125,2% per il primo e all’85,2 per il secondo.

Nel quadriennio 2013-2017 la crescita del comparto delle industrie della moda ha avuto un incremento maggiore rispetto al prodotto interno lordo nazionale. Se confrontate con le principali aziende manifatturiere italiane, quelle della moda risultano più redditizie e più capitalizzate. Secondo lo studio di Mbres pare che “il 2018 sia destinato a chiudersi positivamente, pur in presenza di una decelerazione del ritmo di crescita: i ricavi appaiono in leggero aumento (+1% circa), i margini in lieve calo e l’export conferma il proprio ruolo di traino dell’industria della moda“.

LA CLASSIFICA

Le aziende prese in considerazione dall’analisi sono 43, di cui 15 con sede in Italia. Al primo posto si trova il colosso francese Louis Vuitton Moët Hennessy (LVMH), gigante del lusso, con 70 marchi e 4.374 punti vendita distribuiti in tutto il mondo. La prima italiana – al settimo posto in classifica generale – è Luxottica Group che ha chiuso il 2017 con 8.913 negozi in tutto il mondo. A ottobre 2018 è nata la nuova holding dall’unione con la francese Essilor: è quotata in borsa, ha sede in Francia ma azionista di maggioranza è la famiglia italiana Del Vecchio. Dopo gli occhiali, i vestiti. Seguono in classifica alcuni giganti dell’abbigliamento: Prada, quotata ad Hong Kong ma sotto il controllo di Patrizio Bertelli e della famiglia Prada e Giorgio Armani, di proprietà dell’omonimo stilista, che vanta 524 punti vendita nel mondo, di cui il 78% al di fuori dell’Europa.

Non solo alta moda, in classifica figurano anche Calzedonia Holding con 4.454 negozi in 50 Paesi di proprietà della famiglia italiana Veronesi e Benetton Group, con 5.000 negozi di proprietà di Edizioni s.r.l., holding della famiglia Benetton. Per quanto riguarda le aziende di fast fashion, al secondo posto, dopo LVMH, c’è la spagnola Inditex – il secondo gruppo europeo nel settore moda e terzo al mondo – con 7.475 negozi. In quarta posizione il gigante svedese H&M, di proprietà della famiglia Persson, con 4.739 punti vendita in 71 mercati.

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