L’Industria che salva il Paese. Priorità e proposte per la crescita

Articolo
Gaia Del Pup

L’Italia ha bisogno di una riforma previdenziale di ampio respiro, di investimenti nell’industria e di far ripartire le grandi opere per rimanere al passo dell’Europa e garantire la competitività delle sue imprese. Ne abbiamo parlato con il giornalista Antonello Di Mario, responsabile della comunicazione della Uiltec – la categoria della Uil che rappresenta i lavoratori del tessile, dell’energia e della chimica guidata da Paolo Pirani – e autore del libro “L’Industria che salva il Paese” edito da Tullio Pironti Editore.

In un Paese che non cresce e non investe come si può invertire la rotta?

Il libro si intitola “L’Industria che salva il Paese” perché la parola d’ordine è investimenti. Devono essere sia privati che pubblici, rivolti a strutture materiali e immateriali. Le prime si riferiscono a infrastrutture di uso pubblico come, ad esempio, le strade e tutto ciò che permette collegamenti utili alle aziende. Quelle immateriali comprendono strumenti come il digitale, fondamentale per collegare l’Italia all’Europa. Gli investimenti privati invece devono essere rivolti a innovazione, sviluppo, tecnologia e ricerca affinché il nostro Paese riesca a stare al passo con gli altri.

Qual è la situazione attuale in Italia?

I dati indicano un declino. L’Istat ha appena confermato la recessione tecnica del Paese. I principali istituti di statistica segnalano per l’anno in corso una crescita che può oscillare dallo 0,1 allo 0,2% del prodotto interno lordo, un’inezia. Così non si regge il passo con la concorrenza dei Paesi europei e con le loro industrie. Bisogna investire, soprattutto nel settore manifatturiero.

L’industria manifatturiera ha ancora un ruolo importante nell’economia italiana?

Siamo la seconda potenza in ambito europeo nel settore manifatturiero, deteniamo ancora una posizione forte ma a condizione che la manifattura rimanga una struttura portante della nostra economia. Il pil cresce soprattutto grazie a questo settore e poi, solo in modo collaterale, crescono altri comparti come i servizi e il turismo. Il Paese può crescere investendo nell’automotive, nella siderurgia, nella chimica, nelle aziende tessili e in quelle chimiche. L’Italia ha vissuto un boom economico tra la metà degli anni ’50 e ’60 proprio investendo fortemente in questi settori.

Nel libro parla di patto tra sindacato e imprese, quale dev’essere il ruolo del sindacato?

Il 9 febbraio scorso il sindacato è sceso in piazza per chiedere miglioramenti e un cambio di rotta economica del governo perché, se la situazione rimane quella attuale, il Paese non può crescere. Un sindacato unito e responsabile non combatte il capitale ma ci si allea e trova delle soluzioni comuni perché entrambi possano contribuire in maniera efficace allo sviluppo del Paese. Se le fabbriche non sono aperte, se le aziende non funzionano, il sindacato non ha uno spazio dove affermare i propri diritti e senza diritti non esiste. Si deve creare una sinergia utile che abbia come obiettivo la crescita economica.

La riforma previdenziale messa in atto dal governo può essere concretamente d’aiuto?

Nel libro si ripercorre l’operato degli ultimi tre governi e i provvedimenti che hanno adottato. L’attuale esecutivo è stato caratterizzato da due provvedimenti in particolare: Quota 100 e il reddito di cittadinanza. Entrambi rappresentano due soluzioni non esaustive ma nemmeno da scartare. Il reddito di cittadinanza è una misura utile, importante, ma prettamente assistenziale, muove lentamente i consumi. Quello che serve adesso è che le aziende assumano, determinando una vera e propria crescita del reddito che vada poi ad influire sul meccanismo moltiplicatore dell’economia.

Quota 100 riuscirà quindi a dare nuova energia al settore industriale?

Quota 100 è sicuramente un provvedimento accettabile ma va allargato, bisogna ampliare la platea, sopratutto alle donne. In quest’ottica il governo ha già convocato i sindacati una prima volta 10 giorni fa, il 13 marzo ci sarà un secondo incontro al ministero del Lavoro. E’ sicuramente un percorso che va intrapreso e sviluppato.

Quando si parla di grandi opere quanto è importante per l’Italia investire per non restare isolata?

Un sindacato riformista e responsabile, come quello di cui faccio parte, capisce l’importanza delle grandi opere, è favorevole alla Tav e alle trivelle. L’alta velocità è essenziale per l’Italia, per garantirne il collegamento con il resto d’Europa. I lavori devono avviarsi al più presto, in un quadro di compatibilità ambientale certo, ma rimane un’opera che va fatta assolutamente.

Perché le trivellazioni in Adriatico sono importanti per noi?

L’attività estrattiva dev’essere ripristinata per evitare che qualcun altro lo faccia al posto nostro. Rischiamo di trovarci nella situazione in cui siamo costretti a comprare gas e petrolio da altri e questo comporterebbe dei rincari notevoli delle nostre bollette energetiche che finirebbero per gravare sulla collettività. Abbiamo opportunità e ricchezza, dobbiamo essere in grado di mantenerle, sfruttarle e usarle al meglio per il nostro fabbisogno nazionale, senza metterci nella condizione di dover dipendere da altri.

Nel libro c’è anche un capitolo dedicato ad Aldo Moro…

Sì, ci sono molte pagine dedicate allo statista. Aldo Moro è stato un vero riformista del centro sinistra, ha portato nuovo ossigeno all’Italia e ha pagato personalmente le conseguenze della sua volontà di provare a cambiare il Paese. Per questo è stato un grande onore avere il post scriptum di Agnese Moro a conclusione del mio libro.

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