Le ripercussioni dell’eccesso di politiche regolatorie

Articolo
Michele Masulli

Quando sentiamo parlare di “proibizionismo”, il pensiero corre veloce all’America dei ruggenti anni ’20, ad Al Capone e agli scontri tra gangster per la gestione del contrabbando, alle irruzioni della polizia nei distillatori clandestini, ai locali notturni dove il jazz iniziava a riscuotere successi. Eppure, se passiamo dall’immaginario collettivo alla politica economica, ci accorgiamo come il proibizionismo non sia fenomeno confinato alle scene intramontabili di “C’era una volta in America” o de “Gli intoccabili” e che non siano necessarie feroci campagne moralistiche contro il degrado dei costumi per parlare di misure proibizionistiche. Lo conferma lo studio dal titolo “Nuovo proibizionismo, quale impatto?” curato dall’Istituto per la Competitività (I-Com). Il paper analizza gli effetti di interventi di regolazione particolarmente restrittivi su alcune tipologie di beni (il tabacco, l’alcool e, soprattutto, i giochi) prima dal punto di vista della teoria economica e poi dell’evidenza empirica risultante dalla letteratura scientifica. In questo modo si intende valutare sino a che punto misure restrittive dell’offerta di questi prodotti possano raggiungere lo scopo che il legislatore si prefigge.
Tutte e tre le categorie di beni esaminati sono caratterizzate da una chiara componente emozionale e relazionale che incide sulle scelte di consumo, oltre a fattori esogeni, di tipo sociale e psicologico. Si tratta di un insieme di elementi che possono comportare uno stato di dipendenza con conseguenze sanitarie e sociali negative. Tuttavia, dalla rassegna di letteratura condotta su decine di paper internazionali si segnalano differenze significative tra il tabacco e l’alcool da un lato e i giochi dall’altro. Ad esempio, in seguito a un aumento della tassazione, nei primi due mercati non si registra una flessione significativa dei consumi. Come si dice in gergo, la domanda non risulta elastica rispetto a variazioni di prezzo. Al contrario, nel settore dei giochi i consumi tendono a modificarsi in modo marcato in conseguenza di un aumento del prelievo fiscale e in misura più che proporzionale rispetto all’aumento di prezzo.
Questa maggiore reattività della domanda dei giochi implica, tra le altre, due conseguenze: la riduzione del gettito fiscale e lo spostamento di parte dei consumi sui mercati illegali del gioco. Quest’ultimo effetto spesso non viene considerato: non si tiene in conto, infatti, che parte della riduzione dei consumi sui mercati legali va a finire nel nero. E se il tempo delle bische clandestine e dei banchi illegali sembra in gran parte superato, oggi è il web a fornire lo spazio ideale per giocare in modo illegale, anche perché facilmente accessibile. Siti non autorizzati, piattaforme estere, i cosiddetti “mercati grigi”: è a ricorrere a forme irregolari di gioco online che si rischia di incentivare il consumatore, ancora più che a totem o apparecchi alterati.
I ricercatori I-Com evidenziano che un aumento del prezzo del 10% sul mercato dei giochi in Italia, dovuto all’inasprimento delle politiche di regolamentazione, causerebbe una riduzione della raccolta di 14 miliardi di euro in un anno, nascondendo tuttavia uno spostamento di consumo verso canali illegali di offerta pari al 13% di questa riduzione, per un valore di 1,8 miliardi di euro. L’effetto di sostituzione con il mercato illegale potrebbe toccare i 2,7 miliardi di euro l’anno, se l’aumento di prezzo percepito fosse pari al 15%. I risultati sono ottenuti applicando al mercato italiano dei giochi coefficienti di elasticità della raccolta al prezzo in linea con i valori che emergono da una meta analisi di letteratura scientifica internazionale sul tema.
È necessario valutare che da più anni il mercato legale dei giochi è soggetto a regolamentazione più serrata, soprattutto in termini di restringimento degli spazi pubblicitari (vd. Legge di Stabilità 2016, decreto Balduzzi, decreto “dignità”). Inoltre, con l’ultima manovra di bilancio, oltre che con il decreto “dignità”, si è fatto ricorso alla leva fiscale, aumentando il PREU (prelievo erariale unico) per slot e Vlt, insieme alla riduzione del pay out, e la tassazione su diverse tipologie di giochi. In conclusione, quindi, si mette in guardia dall’utilizzo facile di misure restrittive per individuare coperture di bilancio o contrastare fenomeni complessi e preoccupanti come la ludopatia: gli effetti potrebbero essere meno scontati di quanto si pensi.

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