Formazione, investimenti e tanto coraggio. La ricetta di Magrini per costruire un sistema innovativo

Articolo
Giulia Palocci
Federico Fubini, Massimiliano Magrini e Andrea Picardi

Innovazione, rivoluzione digitale e attrazione degli investimenti esteri. Ma anche cultura, meritocrazia e formazione. Di tutto questo (e non solo) abbiamo parlato con Massimiliano Magrini – imprenditore, manager e venture capitalist, co-fondatore e managing partner di United Ventures – autore del libro “Fuori dal gregge. Il pensiero divergente che crea innovazione“, edito da Egea. Sei capitoli scritti sulla base di una doppia prospettiva: citazioni di economisti, accademici e innovatori si alternano ad aneddoti legati all’esperienza personale e professionale dell’autore. Una guida che si rivolge allo stesso tempo al settore pubblico e privato, per creare una sinergia che incentivi lo spirito imprenditoriale, l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di un ecosistema davvero favorevole all’innovazione. Il libro è stato presentato lo scorso lunedì, 25 marzo, presso la sede dell’Istituto per la Competitività (I-Com). Ne hanno discusso con l’autore il presidente dell’istituto Stefano da Empoli, il vicedirettore del Corriere della Sera Federico Fubini, il rettore dell’Università Federico II di Napoli e presidente Crui Gaetano Manfredi, il direttore generale di Confindustria Marcella Panucci e l’amministratore delegato di Open Fiber Elisabetta Ripa.

Cristoforo Colombo, Leonardo da Vinci e Steve Jobs. Cosa hanno in comune questi personaggi e cosa hanno a che fare con il cosiddetto “pensiero divergente”?

Tutti hanno in comune la decisione di aver seguito una loro intuizione, una loro visione delle cose che differiva da quella prevalente nella loro epoca. Sono la metafora di quelli che definiamo genuinamente “innovatori”, che hanno cioè una sostanziale motivazione a fare qualcosa di diverso. Essere spinti da una forte motivazione era l’unico modo per poter affermare le proprie intuizioni o aspettative.

Che ruolo ha l’accettazione del fallimento?

Sono tutti personaggi che si sono presi il rischio individuale di deviare dal corso delle cose per prendere un percorso nuovo. Alcuni hanno anche dovuto pagare dei prezzi molto salati per le loro convinzioni. L’accettazione del rischio di fallimento è nell’ordine delle cose, ma può essere compensata o sopportato solo se c’è una forte motivazione di base.

Come si costruisce un ecosistema innovativo?

Ogni sistema necessita delle tre fasi che ho descritto nel libro: la produzione della conoscenza, la sua trasmissione e la creazione di un mercato che favorisca la trasformazione del possesso di nozioni e della tecnologia in imprese innovative in grado di scaricare a terra benessere sociale. E’ necessario investire affinché si creino le condizioni giuste: la formazione è per definizione un ambito in cui lo Stato ha un ruolo molto forte.

Cosa può fare il pubblico? E il settore privato?

Nel libro faccio l’esempio di come si sono formati gli ecosistemi più evoluti a livello mondiale. In tutti il ruolo dello Stato è stato fondamentale perché ha consentito la capitalizzazione dei cosiddetti sistemi ibridi, ossia pubblico/privati: il privato è responsabile della decisione degli investimenti, il pubblico in qualche maniera abbassa il tasso di rischiosità apportando il capitale di rischio. Questo modello ibrido ha funzionato in maniera virtuosa nei sistemi più evoluti come quello americano e cinese. Nel libro faccio alcuni esempi su come anche in Italia si potrebbe andare in quella stessa direzione per compensare il gap che ancora abbiamo con gli altri Paesi.

Nel libro è centrale il tema della geografia economica: cosa comporta una scarsa capitalizzazione del sistema?

In un settore in cui la frontiera dello sviluppo tecnologico è una delle leve fondamentali della competizione fra le aree geografiche, avere un sistema meno capitalizzato rappresenta uno svantaggio competitivo strutturale. Un sistema più capitalizzato attrae maggiori talenti, consente alle imprese di svilupparsi e permette di costruire gradualmente un ecosistema auto-sostenibile. Tuttavia la capitalizzazione è un elemento necessario, ma non sufficiente. E’ sicuramente un passo fondamentale senza il quale avremmo solo un mercato di esportazione di talenti e non saremmo in grado di competere in aree omogenee.

Il 4 marzo il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha presentato il Fondo nazionale per l’innovazione. Crede che possa essere uno strumento utile?

Sì, credo sia un ottimo passo nella giusta direzione. Il legislatore fin qui ha lavorato bene, bisognerà attendere i decreti attuativi e soprattutto l’implementazione di queste norme. Il valore strategico dell’investimento pubblico va sempre ad attrarre ulteriori capitali privati. La strada comunque è quella di non focalizzarci sugli investimenti diretti, ma su quelli indiretti che hanno un moltiplicatore di attrazione del capitale privato molto elevato.

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