#comunicatrici di successo, i consigli (e i segreti) delle top manager italiane. Parla Landau

Articolo
Giulia Palocci

Donne e comunicazione. Un binomio di successo che negli ultimi anni si è affermato sempre di più. Ne abbiamo parlato con Janina Landau, giornalista e responsabile della redazione romana di Class CNBC, che insieme a Antonella Dragotto, capo della comunicazione dell’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni (Ivass), ha scritto il libro dal titolo “#comunicatrici“, per Agol Edizioni. Le autrici hanno voluto mettere in discussione i luoghi comuni sull’universo femminile e il mondo del lavoro: un rapporto molto spesso percepito come pieno di ostacoli, difficoltà e preoccupazioni per chi ha il desiderio di non sacrificare né la vita privata né quella professionale. Nove interviste a a nove donne top manager della comunicazione che nel libro raccontano il loro percorso professionale e come siano arrivate a ricoprire le loro attuali posizioni di vertice. Non senza difficoltà e sacrifici, ma con molta determinazione, tenacia e coraggio: l’ex Head of media della As Roma e fondatrice di Kassiopea Bc Catia Augelli, il direttore delle Relazioni con i media e Comunicazione corporate di Vodafone Italia Silvia de Blasio, l’ex capo ufficio stampa di Enel, Intesa San Paolo e ex direttore delle Relazioni esterne di Wind, Alitalia e Rai Costanza Esclapon de Villeneuve, il direttore Comunicazione e Public affairs per il Sud Europa di Google Simona Panseri, la fondatrice e presidente della società Image Building Giuliana Paoletti, la portavoce regionale per il Sud Europa dell’Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) Carlotta Sami, il direttore della Comunicazione e social responsibility di Generali Italia Lucia Sciacca, la responsabile degli Affari pubblici e della Comunicazione esterna di American Express Italia Marita Spera e l’ex responsabile della comunicazione del Gruppo FS e Tim e attuale direttore del Centro Studi Americani Carlotta Ventura.

E’ vero che nel mondo della comunicazione le donne trovano meno ostacoli per affermarsi professionalmente?

Sì, è vero per due aspetti. In passato le donne erano meno inclini a studiare materie scientifiche ma si concentravano molto di più su quelle umanistiche. Era difficile trovare una donna ai vertici aziendali che avesse frequentato la facoltà di ingegneria o economia e commercio. Adesso il trend sta cambiando. La comunicazione era una realtà a cui potevi accedere anche senza avere un background scientifico, ti garantiva maggiori opportunità di crescita. L’altro elemento è che i comunicatori provengono da mondi diversi: dal giornalismo, dall’editoria, dal mondo delle traduzioni e delle aziende.

E’ una professione in cui, a suo avviso, le donne riescono particolarmente bene?

La cosa importante è – ed è sempre stata – la qualità. Tutti possono comunicare. Saper comunicare bene è un’altra cosa. In questo forse, alcune volte, le donne hanno una marcia in più: sanno fare squadra, hanno una capacità di ascolto maggiore degli uomini, sanno tornare sui loro passi e spesso hanno quelle soft skills più adatte rispetto a un uomo.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Questo libro è nato per caso. Avevamo letto alcuni rapporti sulla situazione delle donne manager e top manager in Italia e un report sul tema, che inizialmente sembrava uno specchietto per le allodole. Lo abbiamo studiato attentamente e ci siamo rese conto che la situazione non era poi così rosea. Abbiamo deciso di intervistare quindi donne manager attive nel campo della comunicazione, che poi è anche il mio e di Antonella.

Come avete scelto le nove protagoniste?

E’ stato per noi come tirare un sassolino in uno stagno. Abbiamo iniziato con quelle che già conoscevamo e piano piano abbiamo coinvolto altre donne: per prima Catia Augelli, che era mia compagna di scrivania, e poi le altre con cui avevamo avuto occasione di lavorare e infine altre ancora, come Carlotta Sami e Simona Panseri che sono venute in un secondo momento. Di donne che fanno comunicazione ce ne sono tante. Noi ne abbiamo scelte nove, quelle che sentivamo più affini a noi, ma ce ne sono di altrettanto brave.

Cosa hanno in comune?

A tutte abbiamo chiesto di descriversi in tre parole. La maggior parte si sono definite tenaci e coraggiose: nonostante le difficoltà, sono riuscite a barcamenarsi tra lavoro e vita privata. Sono state vere e proprie “equilibriste” tra vita vita professionale e privata.

Pensa che le misure di welfare pubblico e privato in Italia siano adeguate?

Questa è una mia battaglia personale: la scelta di fare carriera non avviene quando sei al top. Quando sei lì, i guadagni ti permettono di gestire sia il lavoro sia la vita privata. Hai più possibilità, economiche prima di tutto. L’esempio più calzante è la fascia media. Le vere sliding doors – il punto di svolta – è il momento in cui ti viene proposto di fare un salto di qualità professionale. Se non hai nessuno accanto (la famiglia) e uno stipendio adeguato, ti accorgi che il welfare pubblico è completamente assente. Al contrario – e questo emerge anche dalle nostre conversazioni con queste donne – molte aziende si stanno strutturando in questo senso, ma non basta assolutamente.

Cosa servirebbe secondo lei?

Il sistema del welfare è trasversale: andrebbe potenziato sia per gli uomini che per le donne. Il concetto di famiglia sta cambiando, non ci sono più le famiglie numerose di una volta e spesso entrambi i genitori hanno bisogno di usufruire di questo tipo di servizi. Si pensi ai casi di uomini single che devono prendersi cura dei loro genitori o a quelli separati che vogliono passare più tempo con i loro figli.

Il contesto sta cambiando, si può dire lo stesso della consapevolezza delle donne?

Sì, la mentalità delle donne sta cambiando. Ma soprattutto si sta modificando quella degli uomini. Una donna è sicuramente più determinata e più facilitata rispetto ai retaggi culturali del passato. Adesso i mariti sono disponibili a supportare la carriera delle mogli, come emerge in molte delle interviste che abbiamo fatto. Simona Panseri, ad esempio, ci ha raccontato che non avrebbe potuto fare carriera se non fosse stato per suo marito, mentre Lucia Sciacca, una volta a settimana, confronta la sua agenda con quella del marito e cercano di organizzarsi. Si prende sempre di più coscienza che le donne portano un valore aggiunto importantissimo nel mercato del lavoro. Gli uomini l’hanno capito e sono più inclini ad aiutarle.

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