Il lato oscuro della blockchain

Articolo
Domenico Salerno

La blockchain, come la conosciamo oggi, è nata come strumento basilare per il funzionamento della più famosa tra le criptovalute, il BitCoin, e si è sviluppata nel corso del tempo nella sua ombra. Negli ultimi anni però numerose imprese e istituzioni hanno cominciato a intravedere nelle caratteristiche di questa tecnologia grandi potenzialità e a immaginare e sperimentare applicazioni diverse da quelle per cui è nata. In numerosi nostri articoli abbiamo analizzato i progetti in corso e i possibili utilizzi della catena a blocchi, ma questo potente strumento conserva numerosi punti oscuri che ne ostacolano non poco la diffusione.

Uno dei problemi più noti di questa tecnologia è senza dubbio l’importante dispendio energetico che comporta. Un rapporto diffuso nel 2017 dall’International Energy Agency, dal titolo Digitalization & Energy, paragona l’energia consumata dalla blockchain di BitCoin con quella delle nazioni. Dall’analisi emerge che la criptovaluta consuma la stessa quantità di elettricità di uno Stato di medie dimensioni, piazzandosi al quarantesimo posto tra Austria e Cile. Il motivo principale di questo enorme dispendio energetico è che in fondo il sistema non è così semplice e fluido come potrebbe sembrare ai non addetti ai lavori. La credenza che la blockchain sia un unico grande computer distribuito è falsa. La catena è infatti composta da milioni di computer che compiono le stesse operazioni singolarmente, quindi ogni transazione viene duplicata milioni di volte.

La complessità del processo ci porta al secondo grande problema della tecnologia blockchain: la sua lentezza. La rete BitCoin impiega mediamente 8 minuti per elaborare le transazioni, un tempo relativamente lungo. Nonostante possa non sembrare un’attesa lunghissima, va comunque parametrata all’enorme numero di transazioni che vengono eseguite, che oggi sono più di 350.000 ogni 24 ore.

Un altro grande problema a cui l’opinione pubblica e la maggior parte dei governi globali sono oggi particolarmente sensibili è la gestione della privacy. La blockchain per sua natura è un registro aperto e immutabile e quindi tutti i dati che questa contiene non possono essere cancellati e sono accessibili a tutti gli utenti della rete stessa. Queste caratteristiche ovviamente mal si conciliano con le ultime disposizioni in materia di protezione di dati personali come, ad esempio, il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).

L’ultimo elemento da prendere in considerazione generalmente viene concepito come un punto di forza. Si tratta della sicurezza. La blockchain viene definita inattaccabile, ma teoricamente è possibile che qualcuno in possesso di una potenza di calcolo equivalente almeno al 51% della rete possa aggiungere dati a proprio piacimento. Se questa può essere considerata un’ipotesi irrealistica quando parliamo di BitCoin – viste le dimensioni della rete – potrebbe non essere così improbabile se prendiamo in considerazione reti più piccole.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Nato ad Avellino nel 1990. Ha conseguito una laurea triennale in “Economia e gestione delle aziende e dei servizi sanitari” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e successivamente una laurea magistrale in “International Management” presso la LUISS Guido Carli. Al termine del percorso accademico ha frequentato un master in “Export Management & International Business” presso la business school del Sole 24 Ore.

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