Tra precariato e disoccupazione, quando il cinema incontra il lavoro

Articolo
Giulia Palocci
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lavoroTra precariato e disoccupazione, quando il cinema incontro il mondo del lavoro. Come accade, ad esempio, nel film campione d’incassi “Full Monty“, piccolo grande miracolo cinematografico del 1997 che racconta la storia di un gruppo di lavoratori della città di Sheffield, nello Yorkshire in Inghilterra, rimasti disoccupati. L’industria siderurgica locale chiude, loro si reinventano e scommettono tutto su un nuovo e originale progetto: vogliono fare gli spogliarellisti. Si apre con questa storia il libro dal titolo “La dissolvenza del lavoro. Crisi e disoccupazione attraverso il cinema” (edito da Ediesse) scritto dal giornalista e critico cinematografico Emanuele Di Nicola che in questa conversazione ci ha raccontato il rapporto tra il grande schermo e il mondo del lavoro.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Più che da un’idea, il punto di origine è stato il gusto personale. Da molti anni sono appassionato di cinema sul lavoro, sulle condizioni di chi lavora e sul movimento operaio. D’altronde il primo film girato nel 1895 dai fratelli Auguste e Louis Lumiere rappresentava alcuni operai – la maggior parte erano donne – che uscivano da una fabbrica di macchine fotografiche di Lione (L’uscita dalle officine Lumière – La sortie de l’usine Lumière). Negli ultimi anni ho notato che c’è stata una riscrittura radicale dello sguardo del grande schermo su questi temi.

Dall’inizio della crisi a oggi è aumentata l’attenzione del cinema verso il mondo del lavoro?

I registi hanno cominciato a mettere il lavoro al centro dei loro racconti, soprattutto nell’ultimo decennio. Io ho cominciato a vedere questi film sulla crisi che parlavano di lavoratori che perdevano il posto, disoccupati, poveri, precari, donne alla ricerca di un nuovo impiego. A quel punto ho capito gradualmente che c’era un nuovo cinema della crisi e ho provato a metterlo tutto insieme.

Quanti film ha visto per scrivere questo lavoro?

Circa 500 pellicole, di lavoro non si parla mai abbastanza nel cinema. Ne ho scelte 50 e ho cominciato ad analizzarle, una per una, e ho cercato di capire quale sguardo davano sulle dinamiche del lavoro, la disoccupazione e il precariato. Ho trovato visioni molto diverse, ma in generale ho riconosciuto un’attenzione particolare del grande schermo a questi temi.

Qual è la differenza tra la narrativa italiana e quella internazionale sul tema del lavoro?

Ci sono particolarità italiane come, ad esempio, il “precariato movie“. Il cinema italiano ha coniato il protagonista precario. Al contrario, nei film francesi e inglesi ci sono personaggi disoccupati o poveri. Nella storia recente italiana i contratti precari ci sono sempre stati, non li ha portati la crisi, ma allora ci si riferiva a tale situazione con il termine “flessibilità”. Con la crisi, le forme contrattuali provvisorie hanno svelato il loro vero volto e hanno dato alle aziende la possibilità di licenziare e risparmiare sui costi del lavoro. I registi italiani se ne sono accorti. Ad esempio, quando hanno chiesto al regista di “Smetto quando voglioSydney Sibilia come è stato girare un film sul precariato, lui ha risposto: “E’ stato molto facile, io ero un precario e facevo i panini in un locale! Semplicemente mi sono descritto!“.

Il lavoro si sta “dissolvendo”?

Il titolo di questo libro è un gioco di parole. Innanzitutto la dissolvenza è quella pratica del racconto cinematografico in cui il regista manda in nero lo schermo e che può portare ai titoli di coda oppure a nuove scene. In secondo luogo è giusto pensare che il lavoro si stia dissolvendo in questi anni, ma è anche vero che in Italia c’è la possibilità di aprirsi a nuovi scenari. Quindi, come nel cinema, la dissolvenza può portare a una nuova scena, con lo schermo che torna colorato, con un’immagine più positiva e felice. Il grande schermo in questo contesto ha svolto un ruolo di supplenza: è vero che il lavoro si dissolve, ma il cinema lo tiene vivo. Ad esempio, un regista come Ken Loach nel film “Io, Daniel Blake” racconta tutt’altro che una dissolvenza, ma piuttosto una vera e propria resistenza del lavoro.

Il cinema quindi ha uno scopo sociale?

Lo scopo del cinema operaio storicamente è descrivere le condizioni dei lavoratori nelle loro difficoltà. In questi film c’è un tema che nelle cronache è un po’ assente: la dignità. I lavoratori licenziati tentano di mantenere la dignità, che non si trova nei dati Istat sull’occupazione e disoccupazione. Nella forma narrativa invece questo elemento ricopre un ruolo centrale: mantenere il rispetto di sé, guardarsi allo specchio e sorridere, la propria autonomia, l’indipendenza dell’io e del vivere con se stesso e con gli altri sono elementi fondamentali per il cinema. Almeno per quella parte di registi che raccontano la realtà attraverso il realismo sociale e il cinema operaio. Ken Loach ci dà una grande lezione, ma anche i fratelli Dardenne con “Due giorni, una notte“, un film in cui la protagonista (interpretata dall’attrice Marion Cotillard) riceve la notizia del suo licenziamento e lotta esattamente per mantenere la dignità.

Il cinema italiano come descrive la condizione delle donne sul posto di lavoro?

Dai film emerge che le donne oggi sono la categoria più “maltrattata”: guadagnano di meno e, come ulteriore beffa, nel peggiore dei casi sono oggetto di attività di mobbing. Il film di Francesca Comencini si intitola proprio “Mobbing – Mi piace lavorare” con protagonista Nicoletta Braschi che viene “mobbizzata” sul luogo di lavoro. Ricostruisce in maniera molto realistica la condizione che queste donne sono costrette a sopportare: il mobbing, la perdita graduale di dignità, le battute infelici dei colleghi e il capo che non ti dà un ufficio, ma ti mette vicino alla fotocopiatrice. Il mobbing è questo: una graduale, sottile, mortificazione della lavoratrice ogni giorno.

Qual è la strada da seguire in questi casi?

Nicoletta Braschi in questo film fa un atto importante, narrativamente e politicamente: si rivolge al sindacato e denuncia il suo datore di lavoro. In un certo senso questo è un film che indica la strada, la necessità di non vergognarsi e di superare il pudore. Alzare la testa e reagire, insomma. Inoltre il libro ha in copertina una donna a lavoro. L’ho scelta di proposito: è Marion Cotillard, proprio in “Due giorni, una notte“, ed è una copertina che abbiamo fatto in bianco in nero, ma con un tocco di colore, il viola, quasi per cercare di suggerire l’idea che il lavoro delle donne è bianco e nero oggi, ma ci sono tocchi di colore grazie alla possibilità di reagire (qui e qui due nostri approfondimenti sul tema).

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