Europee, anche il Regno Unito al voto. Aspettando (forse) la Brexit

Articolo
Giulia Palocci
Brexit

Sono passati quasi tre anni da quel 23 giugno del 2016, in cui oltre 17 milioni di britannici dissero sì alla Brexit. Eppure, al pari di quelli degli altri 27 Paesi, anche i sudditi di sua maestà – ieri e per primi insieme ai Paesi Bassi – sono stati chiamati a votare per eleggere i loro rappresentanti al Parlamento europeo. Una sorta di contraddizione in termini per un Paese che adesso, secondo i piani originari, avrebbe dovuto essere fuori dall’Unione. Ma così non è andata, almeno per ora. I negoziati procedono a rilento, oltremanica la confusione regna praticamente sovrana, al punto di arrivare al paradosso del voto europeo di oggi. Ma cosa succederà se il Regno Unito, dopo le elezioni, dovesse decidere di confermare la Brexit come oggi appare probabile? Quali sarebbero le conseguenze sul Parlamento europeo?

IL PARLAMENTO EUROPEO IN CASO DI BREXIT

A partire da ieri (e fino al 26 maggio) i cittadini europei eleggeranno 751 eurodeputati, di cui 73 in rappresentanza del Regno Unito. In questo senso, però, le incognite sulla Brexit pesano non poco sulla prossima composizione dell’Europarlamento. Se dovesse prima o poi concretizzarsi – con il sì di Westminster al prossimo piano proposto dal primo ministro Theresa May, che proprio oggi ha annunciato davanti a Downing Street le sue dimissioni previste per il 7 giugno, o ad altro successivo – gli eurodeputati britannici decadrebbero dall’esercizio delle loro funzioni. E i seggi del Regno Unito verrebbero distribuiti nel modo seguente: una parte verrebbe, per così dire, congelata in vista del possibile ingresso nell’Unione di nuovi Stati mentre l’altra verrebbe redistribuita in modo proporzionale tra alcuni degli attuali Paesi membri. In particolare, cinque seggi alla Francia e alla Spagna, tre all’Italia e all’Olanda, due all’Irlanda, uno alla Polonia, alla Romania, alla Svezia, all’Austria, alla Danimarca, alla Slovacchia, alla Finlandia, alla Croazia e all’Estonia. Certo, se il sì alla Brexit dovesse arrivare prima dell’insediamento del nuovo Parlamento europeo previsto il 2 luglio, allora i britannici non inizierebbero neppure a svolgere il loro ruolo di eurodeputati.

(QUASI) TRE ANNI MA NIENTE ACCORDO

In 35 mesi, com’è noto, il Regno Unito non è riuscito a trovare al suo interno una sintesi che gli permettesse di arrivare all’accordo con l’Unione europea. In ben tre occasioni – tra gennaio e marzo scorsi – Westminster ha bocciato l’intesa che May era riuscita a negoziare con Bruxelles. Uno scenario impensabile fino a qualche mese prima che ha reso necessaria la decisione con cui lo scorso 11 aprile l’Unione ha concesso al Regno Unito la proroga al 31 ottobre per trovare l’accordo. Aspettando le elezioni europee, le alternative rimangono tre: l’uscita ordinata dall’Europa in virtù di un’intesa che ne definisca tempi e modalità, il “no deal” destinato però a impattare pesantemente sull’economia britannica e di tutto il Vecchio Continente e l’ipotesi forse più remota. L’addio alla Brexit da parte dei britannici con un nuovo, eventuale, referendum (qui l’intervista di Andrea Picardi all’economista Leonardo Becchetti).

LA NUOVA PROPOSTA DI MAY

Nonostante l’annuncio delle dimissioni, Theresa May continua a lavorare al testo. Vuole scongiurare a tutti i costi l’uscita senza accordo, anche perché le conseguenze sarebbero inesplorate e probabilmente molto gravi. Per questa ragione nei giorni scorsi il primo ministro ha rivolto un appello al Parlamento inglese e chiesto ai suoi colleghi di valutare una nuova proposta, “più coraggiosa“, con occhi diversi. E’ “un pacchetto di misure migliorato, che credo possa ottenere nuovo sostegno“, ha dichiarato al Sunday Times. Un strategia, quella della leader del Partito conservatore, che ha lo scopo di convogliare il più ampio consenso possibile, come dimostrato dalle prime indiscrezioni che vedono tra le modifiche apportate l’introduzione di misure a sostegno dei lavoratori. Come vorrebbe il partito laburista di Jeremy Corbyn. Decisivi, però, si riveleranno i prossimi giorni quando le forze politiche si confronteranno sul merito dell’accordo. Da quanto emerso, sembra sfumare la possibilità – quasi certa fino a ieri – di consentire ai parlamentari britannici di pronunciarsi sull’opportunità oppure no di un nuovo referendum. E non è neppure sicuro che il nuovo testo possa effettivamente arrivare in aula, dato che il Parlamento, da oggi in ferie, riprenderà i lavori solo il 3 giugno.

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