Più politica e meno procedura. Solo così l’Europa può rilanciarsi. Intervista a Corrado Ocone

Intervista
Andrea Picardi
Ocone
Corrado Ocone

L’avanzata populista e sovranista segnala la fine di un’epoca – indietro non si torna – ma indica pure la direzione in cui con maggior senso e coesione intellettuale bisognerebbe andare, a mio avviso: un’Europa che torni a fare politica“. Il filosofo liberale Corrado Ocone non ha dubbi (qui, su Formiche.net, le foto del confronto con l’economista Leonardo Becchetti ospitato presso l’Istituto per la Competitività, I-Com): per superare la fase di litigiosità e paralisi che dura ormai da anni a livello europeo, l’alternativa è una sola. Il ritorno della preminenza della politica sulle procedure e sulle burocrazie, che hanno tentato di uniformare ciò che uguale, semplicemente, non è: “Lo Stato è la comunità di destino di ognuno di noi: un italiano non è un inglese, un francese non è uno spagnolo. Invece di uniformare tutto secondo un modello astratto e standardizzato, far vivere queste differenze potrebbe essere la forza dell’Europa“. A cui Ocone ha dedicato un libro solo apparentemente euroscettico, dal titolo “Europa. L’unione che ha fallito“, edito da Historica: “Il titolo è molto netto perché si tratta di un instant book e doveva essere incisivo. Credo che sia fallita l’idea di costruire astrattamente l’Unione europea. Quello che non è fallito, invece, è l’europeismo“. E quindi, secondo Ocone, “la volontà dei popoli europei di riconoscersi in un’identità multipla ma comune. Un’altra Europa è possibile“.

Ma come si potrebbe costruire a suo avviso?

Tornando all’impostazione iniziale, dal basso verso l’alto, che avevano deciso di dare all’Europa i padri fondatori. L’ottica era quella della confederazione, non della federazione. Un progetto certamente differente da quello delineato dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel quale si prospettava un’Europa socialista e costruita dall’alto. I padri fondatori avevano un’idea gradualistica dell’integrazione europea, Spinelli ne aveva un’altra.

E poi cos’è successo?

A un certo punto, l’approccio verticistico ha preso il sopravvento: in sostanza, finita la guerra fredda, l’élite burocratica che intanto si era formata a Bruxelles ha deciso di creare quest’Unione, secondo norme rigidamente razionalistiche e uniformanti. Mi riferisco, in particolare, al periodo che va dal 1989 al 1994 e che passa per il Trattato di Maastricht, vero spartiacque nella storia europea.

Intanto, però, è aumentata sempre di più la diffidenza dei cittadini europei verso le istituzioni comunitarie. Come se ne esce?

In fondo è semplice: si riconquista il favore dei cittadini se le loro esigenze e i loro bisogni diventano la priorità. Oggi non c’è integrazione su materie in cui sarebbe invece fondamentale mentre l’Unione europea continua a far sentire in maniera asfissiante la sua presenza su questioni su cui sarebbe opportuno delegare agli Stati o, addirittura, alle comunità locali.

Concretamente parlando, cosa occorre fare?

Innanzitutto una seria semplificazione legislativa e poi riportare in capo agli Stati, che sono più vicini ai cittadini, la regolamentazione di molte materie. Dall’altra parte, per rimanere un player mondiale di peso, su alcune materie c’è bisogno di più integrazione. Penso alla politica estera e alla difesa. Il processo andrebbe capovolto: dovremmo rendere l’Europa da un lato meno pervasiva e dall’altro più forte sugli aspetti essenziali per cui è necessario che gli europei siano uniti.

Lei nel libro sottolinea ripetutamente l’importanza dei valori europei come strumento per rimettere in moto il processo di integrazione. E’ da lì che bisogna ripartire?

Certamente, prima vengono i valori e poi le procedure. Non il contrario. Faccio l’esempio della Turchia che qualcuno avrebbe voluto in Europa nel caso in cui avesse rispettato i parametri prescritti. Ma non può e non deve dipendere da un freddo parametro, ma da un comune sentire. Paradossalmente per me è più fisiologico che in Europa entri Israele e non la Turchia. Le istituzioni e le politiche non reggono se alla base non c’è una partecipazione dei cittadini che devono sentirsi parte di una comunità di destino. Anche per dialogare con l’altro è necessario avere una propria identità.

Direttore Comunicazione dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Classe 1984, giornalista a tempo pieno dal 2005 e professionista dal 2008. Andrea Picardi ha a lungo lavorato in televisione: prima come redattore del telegiornale e conduttore di trasmissioni di approfondimento presso l’emittente televisiva T9 e poi al Tg5.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.