Investimenti esteri, così cambia la geografia del Vecchio continente

Articolo
Michele Masulli
Investimenti

Nel XXI secolo aree geografiche le più lontane al mondo si ritrovano coinvolte nella stessa competizione, dalle dimensioni globali, per l’attrazione di investimenti (qui una recente intervista per il nostro giornale a Massimiliano Magrini, imprenditore, manager e venture capitalist, co-fondatore e managing partner di United Ventures). Come si posiziona l’Europa in questa gara di competitività? Interviene in questo dibattito l’Attractiveness Survey Europe, elaborata da Ernst & Young dopo aver consultato 506 aziende multinazionali.

Dall’indagine emerge come l’Europa si confermi tra le aree del mondo a cui i manager delle grandi imprese globali guardano con maggiore favore per portarvi i propri investimenti. In particolare, quella occidentale segna un picco di interesse rispetto agli ultimi 10 anni e quella orientale fa registrare una crescita sorprendente. Il 56% degli intervistati cita l’Europa dell’ovest tra le tre destinazioni di investimento preferite (nel 2017 era il 53%) e aumenta pure l’interesse verso la zona est del Vecchio continente le cui potenzialità di sviluppo, in alcuni casi, arrivano a essere considerate maggiori di Nord America e Cina. Tra le città, Parigi è ritenuta la più attrattiva dal 30% degli intervistati mentre Londra, com’era inevitabile che fosse, sta risentendo non poco di Brexit: il 25% delle persone consultate la inserisce nella propria top tre delle città, quasi 10 punti in meno di un anno fa. Dopo Londra, troviamo Berlino tra le capitali europee più competitive, tra le quali non figura Roma, e non è una sorpresa, ma neppure Milano.

Proprio Brexit rappresenta l’incognita maggiore per l’attrattività dell’Europa secondo il 38% degli investitori (un anno fa erano il 25%). Al secondo e al terzo posto tra le preoccupazioni dei manager delle multinazionali troviamo l’instabilità politica e la crescita dei sentimenti populisti e protezionistici. Anche per questo in molti dimostrano cautela nell’avvio dei loro progetti: il 27% degli intervistati ha scelto di lanciare nuovi Investimenti Diretti Esteri (IDE) in Europa o di ampliare quelli esistenti contro il 35% del 2017. Ma i segnali di frenata del 2018 non sono finiti qui.

Se guardiamo al numero di progetti di IDE avviati nel Vecchio Continente nel 2018, si evidenzia come questi siano diminuiti rispetto al 2017. Si tratta del primo calo annuale da 6 anni a questa parte: dai 3.797 del 2012 si era passati ai 6.653 del 2017, mentre nel 2018 si sono fermati a 6.356, con una diminuzione del 4% su base annuale. Un dato su cui, di sicuro, ha pesato l’incertezza economica e dello scenario geopolitico che ha caratterizzato il 2018 a livello europeo e globale. A pagarne le conseguenze più gravi sono stati il Regno Unito e la Germania, che hanno visto ridursi il numero di IDE sul proprio territorio del 13%. Meglio, invece, la Francia, la terza economia più ampia dell’Ue, che ha conosciuto una crescita marginale dell’1%. D’altra parte, si distinguono i risultati ottenuti dall’Irlanda (+52%), Polonia (+38%), Spagna (+32%) e Belgio (+29%). L’Italia è quattordicesima in Europa per numero di IDE avviati nel 2018: il Belpaese ne conta 103, dietro la Romania e poco sopra l’Ungheria, che da questo punto di vista rappresentano il 2% del mercato europeo.

Se consideriamo i settori, nel 2018 sono diminuiti gli investimenti nel comparto delle vendite e del marketing (che costituisce il 40% degli IDE in Europa), nel manifatturiero e nel trasferimento degli headquarter. Crescono, invece, quelli nella logistica e soprattutto nella Ricerca & Sviluppo, trainati dalle imprese del digitale: il 44% dei nuovi investimenti in R&S si deve alle aziende operative nel mercato del digitale, che a tal proposito risulta il più attrattivo tra i settori produttivi europei.

Ma quali sono le determinanti della scelta su dove investire? Per i manager coinvolti nell’indagine EY, la disponibilità di una forza lavoro qualificata, con competenze tecnologiche e digitali, la stabilità politica e la prevedibilità della tassazione (più che il livello della pressione fiscale) sono i tre fattori principali in questo senso.

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