Overshoot day 2019. La transizione energetica che serve al pianeta per affrontare il climate change e rilanciare lo sviluppo


Articolo
Camilla Palla

E’ arrivato il 29 luglio scorso, tre giorni prima rispetto a quanto accaduto nel 2018, l’Overshoot day, il giorno cioè in cui si esauriscono le risorse naturali per l’anno in corso e si entra in debito ecologico. È quanto sostenuto dal Global Footprint Network, l’istituto di ricerca che ogni anno individua il giorno in cui il consumo di risorse naturali disponibili supera la capacità dell’ecosistema di rigenerarsi.

COS’È L’OVERSHOOT DAY?

Si tratta del rapporto tra la totalità delle risorse che il pianeta è in grado di generare in un anno e il consumo che l’umanità fa di quelle stesse risorse. In pratica come se iniziassimo oggi a indebitarci nei confronti dell’ecosistema. L’indice che misura lo sfruttamento delle risorse naturali prende il nome di Impronta ecologica, introdotto all’inizio degli anni 90 da due scienziati dell’Università della British Columbia. Si tratta di un indice estremamente complesso che ha l’aspirazione di misurare i comportamenti umani e l’impatto di questi sull’ecosistema. A partire dall’impronta ecologica è possibile calcolare l’Overshoot day, attraverso i dati messi a disposizione ogni anno dalle Nazioni Unite. Idealmente, la data dovrebbe coincidere con la fine dell’anno solare ma, di fatto, arriva ogni anno sempre prima, e a livello di singoli Paesi la situazione è decisamente meno rosea.  Per l’Italia quest’anno l’Overshoot day è stato segnato al 15 maggio, 5 giorni dopo la media europea. Nonostante l’indice sia preso in considerazione dalle principali organizzazioni internazionali quali, fra le altre, le Nazioni Unite e l’Unione europea, alcune voci dal mondo scientifico ne mettono in dubbio la fondatezza empirica.

È un fatto comunque che quelle che vengono considerate le conseguenze visibili di tale overconsumption sono sempre più evidenti: deforestazione, erosione del suolo, perdita della biodiversità e aumento di gas serra nell’atmosfera quali CO2 e CH4. Secondo il Global Footprint Network attualmente consumiamo risorse 1,75 volte più velocemente di quanto impieghi il pianeta per rigenerarle. Ed è proprio questo sovra-sfruttamento il motore fondamentale dei cambiamenti climatici.

PIL E CLIMATE CHANGE

La reticenza a intervenire in tema ambientale a livello interazionale è da sempre legata a considerazioni di natura economica. Molti Stati hanno deciso di ritardare la ratifica degli Accordi di Parigi del 2015, mentre altri ancora hanno preso la scelta radicale di ritirarne la firma. Tuttavia il legame tra sovra-sfruttamento delle risorse naturali, cambiamenti climatici e pil sta drammaticamente emergendo negli ultimi anni.
Il Global Environmental Outlook GEO-6 dell’UNEP – il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente – definisce il modello di crescita che si sta adottando a livello globale insostenibile: a essere insostenibili sono la produzione e i modelli di consumo, che combinati con una crescita estremamente rapida della popolazione, portano a un aumento esponenziale nel consumo globale di risorse.
I costi del cambiamento climatico diventeranno ben presto evidenti, per questo devono essere rapidamente internalizzati a livello di politica economica. E in risposta ai più scettici interviene il Fondo Monetario Internazionale nel World Economic Outlook 2019: nel medio-lungo periodo, il cambiamento climatico impatterà negativamente sull’economia globale. E se i costi di un intervento rapido sembrano un potenziale danno per le economie, oscillando tra l’1% e il 2% in termini di perdita sul pil globale, un intervento tardivo produrrebbe effetti catastrofici, provocando costi pari al 20%. L’impatto si avrebbe in svariati settori dell’economia, dall’agricoltura alla pesca, dal settore energetico e dei trasporti al turismo.

#MOVETHEDATE E LA TRANSIZIONE ENERGETICA

Un punto fondamentale da cui partire coinvolge la dimensione energetica. Il 60% dell’impronta ecologica è costituita da emissioni di CO2, derivanti per l’appunto in via principale dal settore energetico o settori correlati. I cambiamenti climatici sono la diretta conseguenza del livello di emissioni e queste sono strettamente legate al consumo energetico. Ad oggi la più alta domanda energetica a livello globale si concentra nei Paesi sviluppati nelle aree temperate. Il consumo energetico si lega a sua volta con il pil pro-capite. Nell’ultimo secolo, i Paesi sviluppati sono stati i principali responsabili del cambiamento climatico, tuttavia da alcuni decenni il trend sembra invertirsi. A livello europeo in particolare ma anche a livello globale. La transizione energetica verso modelli a bassa emissione e attraverso fonti rinnovabili sta procedendo a ritmi costanti. Considerata non economici in passato, oggi l’installazione e la produzione di energia low carbon hanno visto una forte diminuzione dei costi. La capacità energetica globale proveniente da fonti rinnovabili è cresciuta a un tasso superiore al 6% all’anno dall’inizio del nuovo millennio. Ed è lo stesso FMI a indicare un approccio più orientato a considerare la dimensione ambientale come strumento per aumentare la capacità, l’inclusività e la resilienza dell’economia globale. Una riduzione del 50% delle emissioni provenienti da combustibili fossili comporterebbe uno spostamento dell’Overshoot day di circa tre mesi in avanti. La “decarbonizzazione” delle economie, l’innovazione e l’introduzione di nuove tecnologie per aumentare l’efficienza energetica, combinate con un aumento della sensibilità nelle modalità di consumo sono passi fondamentali da intraprendere a livello nazionale e internazionale per affrontare il climate change e garantire uno sviluppo sostenibile per le generazioni presenti e future.

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