Le aziende e le istituzioni guardano alla blockchain (chiusa). Ecco di cosa si tratta

Articolo
Domenico Salerno

La tecnologia blockchain rappresenta un importante cambio di paradigma rispetto alla maggiornanza dei sistemi in uso attualmente. Non è subordinata al controllo di una o più autorità di centrali ma basa il proprio funzionamento sul rapporto di fiducia che si instaura tra gli utenti stessi della rete. Ed è proprio la sicurezza una delle caratteristiche che fanno più gola alle aziende che decidono di investire nelle Distributed Ledger Technologies. Nei sistemi distribuiti la validazione e la conservazione dei dati non vengono eseguite da un unico soggetto centrale, ma da numerosi nodi che fanno parte della rete.

Ma cosa sono i nodi? Si tratta di computer connessi alla rete che partecipano al processo di verifica delle transazioni, trasmettono i nuovi blocchi alla blockchain e conservano una copia aggiornata dell’intero registro. Queste operazioni vengono eseguite da tutti i nodi in maniera congiunta. Più alto è il loro numero, maggiore sarà la sicurezza garantita dal sistema. Un attacco informatico a un singolo nodo non avrebbe alcun effetto sulle copie del registro conservate dagli altri nodi.

Il fatto di replicare il database un numero indefinito di volte espone però le aziende a un importante problema di privacy e di controllo dei dati concorrenziali. Per questo motivo la maggior parte delle imprese è attualmente al lavoro su tipologie di catena che, a differenza delle reti di BitCoin o Ethereum, non sono a libero accesso. Le Blockchain permissioned sono reti chiuse in cui possono accedere solo soggetti autorizzati. Quando un nuovo record viene aggiunto alla blockchain, il sistema di approvazione è soggetto alla conferma di un numero limitato di nodi, ossia i trusted. Questo tipo di blockchain può essere utilizzato da istituzioni, grandi imprese che devono gestire filiere con una serie di attori, aziende che devono gestire fornitori e subfornitori. Ma anche banche, società di servizi e operatori nell’ambito del retail.

Le permissioned ledgers prevedono l’esistenza di uno o più attori che svolgono la funzione di validatore nel network. Nel caso di un solo agente si parla di DLT privato, mentre se il validatore è più di uno viene definito come DLT consortium. Le permissioned ledgers permettono poi di definire speciali regole per l’accesso e la visibilità di tutti i dati. Introducono quindi nella blockchain un concetto di governance e di definizione di regole di comportamento.

Queste tipologie di sistemi sacrificano decentralizzazione, sicurezza e immutabilità in cambio di spazio di archiviazione, velocità di esecuzione e riduzione dei costi. Il controllo finale è affidato a un’organizzazione altamente attendibile dagli utenti che determina chi possa accedere oppure no alla rete e alla lettura dei dati registrati. Inoltre, l’ente proprietario della rete ha il potere di modificare le regole di funzionamento della stessa blockchain e di rifiutare determinate transazioni in base alle regole stabilite.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Nato ad Avellino nel 1990. Ha conseguito una laurea triennale in “Economia e gestione delle aziende e dei servizi sanitari” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e successivamente una laurea magistrale in “International Management” presso la LUISS Guido Carli. Al termine del percorso accademico ha frequentato un master in “Export Management & International Business” presso la business school del Sole 24 Ore.