Made in Italy e contraffazione, da oggi ci pensa la blockchain

Articolo
Domenico Salerno
made in Italy

I prodotti italiani sono da sempre sinonimo di stile, gusto e qualità. Per questo motivo l’export del nostro Paese ha tenuto anche nei momenti più bui della crisi economica. Se l’autorevolezza del Made in Italy può essere considerata una grandissima fortuna, non bisogna dimenticare che sono molte le complicazioni che i nostri imprenditori e produttori si trovano a gestire. Alcuni esempi? La contraffazione e l’italian sounding.

Secondo uno studio realizzato nel 2018 dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il commercio internazionale di merci contraffatte di brand italiani si attesta intorno ai 32 miliardi di euro. Questo fenomeno, oltre a rovinare l’immagine dei nostri prodotti per colpa di falsi di pessima qualità, sottrae 24 miliardi di euro alle aziende manifatturiere italiane per le mancate vendite.

Un fenomeno anche più subdolo della contraffazione è l’italian sounding. Ogni anno un numero impressionante di prodotti con nomi italianeggianti o che ricordano il nostro tricolore sono venduti in tutto il mondo in piena legalità. Basti pensare che secondo Federalimentare solo nel food and beverage il giro d’affari è di 90 miliardi l’anno, circa tre volte il nostro export nel settore. Pochi giorni fa presso la Sala degli Arazzi del ministero dello Sviluppo economico, alla presenza del ministro Stefano Patuanelli, è stato presentato il progetto pilotaLa blockchain per la tracciabilità del Made in Italy” che ha come obiettivo la tutela dei prodotti italiani all’estero. Il modello sperimentale, realizzato con la collaborazione di IBM e di associazioni e aziende tessili italiane, sfrutta la tecnologia blockchain per certificare ogni passaggio della filiera di questi prodotti realizzati nel nostro Paese. Visti gli ottimi risultati della prima sperimentazione, il Mise sta valutando attentamente l’opportunità di studiare nuovi progetti su altre filiere produttive.

I consumatori oggi sono sempre più attenti non solo alla provenienza, ma anche alla qualità del prodotto. Le aziende italiane, soprattutto le piccole e le medie, realizzano prodotti di assoluta eccellenza ma spesso non riescono a farsi conoscere al di fuori dei confini nazionali. Per questo motivo fornire alle produzioni un passaporto digitale che certifichi la zona di produzione, l’origine delle materie prime e le modalità di realizzazione potrebbe conferire alle nostre aziende un valore aggiunto sui mercati internazionali. “Stiamo lavorando a livello europeo nell’ambito della European Blockchain Partnership al fine di esportare il modello italiano di protezione delle filiere produttive attraverso le tecnologie emergenti”, ha dichiarato a margine della presentazione il ministro Patuanelli. Che poi ha aggiunto: “Pensiamo che in questo ambito il nostro Paese possa giocare un ruolo di leader a livello comunitario”.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Nato ad Avellino nel 1990. Ha conseguito una laurea triennale in “Economia e gestione delle aziende e dei servizi sanitari” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e successivamente una laurea magistrale in “International Management” presso la LUISS Guido Carli. Al termine del percorso accademico ha frequentato un master in “Export Management & International Business” presso la business school del Sole 24 Ore.

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