L’Italia appesa alla riforma del Mes. Le novità in dettaglio e le ragioni dello scontro

Articolo
Michele Masulli
Mes

Nelle ultime ore in Italia si discute, con pesanti fibrillazioni tra governo e opposizione e tra le stesse forze politiche di maggioranza, delle proposte di riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), conosciuto anche come Fondo salva Stati, che verranno sottoposte all’approvazione prima dell’Eurogruppo e poi del Consiglio dei capi di Stato e di governo nel mese di dicembre, per passare in seguito alla ratifica da parte dei Parlamenti nazionali a partire da gennaio.

Il Mes è tra i principali strumenti europei di sostegno ai Paesi membri in difficoltà finanziaria e agisce attraverso vari strumenti: prestiti economici, acquisti di titoli di Stato sul mercato primario e secondario, linee di credito precauzionali e prestiti per la ricapitalizzazione delle banche. E’ stato istituito con un trattato nel febbraio 2012, poi entrato in vigore nell’ottobre dello stesso anno in sostituzione del Fondo europeo di stabilità (Fesf), un meccanismo temporaneo creato nel 2010. I due fondi hanno finora erogato prestiti a cinque Stati per 254,5 miliardi. In particolare, la Grecia ha fatto ricorso agli aiuti tre volte, l’Irlanda solo a febbraio 2011, il Portogallo a giugno 2011, la Spagna nel 2012 per la ricapitalizzazione delle banche e Cipro a maggio 2013.

La potenza di fuoco che il Mes è in grado di porre in campo è un multiplo del capitale di cui è dotato: può emettere obbligazioni sui mercati internazionali a tassi molto convenienti e con scadenze fino a 45 anni. La partecipazione al Fondo è calcolata sulla base delle dimensioni degli Stati membri in termini di prodotto interno lordo e popolazione e non in considerazione della loro rischiosità. Per questi motivi, la Germania contribuisce al Mes con la quota più consistente mentre l’Italia partecipa con una quota del 17,8%. Il Fondo salva Stati, inoltre, funge da canale di accesso alle cosiddette (Omt), le operazioni della Banca Centrale di ammontare in linea di principio illimitato che hanno già svolto negli anni passati un ruolo importante di contenimento dei mercati finanziari e di tutela della moneta unica. Il Mes, quindi, già con la sua stessa esistenza, svolge una funzione di prestatore di ultima istanza e, in questo senso, di stabilizzazione dei mercati e di difesa contro possibili crisi.

Ma allora quali sono i punti del trattato di riforma che animano di più il dibattito? A preoccupare è soprattutto la previsione per cui il meccanismo fornirà assistenza finanziaria solo ai Paesi il cui debito è considerato sostenibile e la cui capacità di restituire i prestiti è confermata. Alcuni analisti, in particolare, temono che nei casi in cui il debito non sia reputato sostenibile i prestiti del Mes possano essere concessi solo a condizione che vi sia una sua ristrutturazione ex- ante. Un altro punto controverso è l’introduzione delle clausole di azione collettiva “single limb” su tutte le emissioni di titoli sovrani a partire dal 2022, al fine di contrastare comportamenti opportunistici da parte di fondi speculativi. Proprio queste clausole, secondo alcuni, rappresenterebbero un segnale negativo sul debito italiano nei confronti dei mercati.

Tra coloro che hanno lanciato l’allarme c’è il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, che in un articolo de Il Sole 24 Ore ha dichiarato: “Noi siamo liberi di comprare titoli sovrani, non abbiamo un vincolo di portafoglio e in questa fase abbiamo circa 400 miliardi di debito pubblico italiano“. E ha poi proseguito: “Il problema è che cosa fa la Repubblica italiana per tutelare il debito pubblico, non si tratta di debito delle banche e se le condizioni relative al debito pubblico alterano o per maggiori assorbimenti o per elementi che favoriscono sinistri è chiaro che le banche sottoscriveranno meno debito pubblico, non li compreremo più”.

Non ha espresso contrarietà alla riforma, invece, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che ha chiarito: “La riforma del Trattato del Meccanismo europeo di stabilità non prevede né annuncia un meccanismo di ristrutturazione dei debiti sovrani. Come nel Trattato già oggi in vigore non c’è scambio tra assistenza finanziaria e ristrutturazione del debito”. Allo stesso tempo, Palazzo Koch ha messo in guardia “sui rischi inerenti all’assunzione di eventuali ulteriori iniziative future relative all’operatività del Esm in assenza di una riforma complessiva della governance economica dell’area dell’euro”.

A difesa della riforma si è posto il ministero dell’Economia e delle Finanze. Roberto Gualtieri ha biasimato la confusione che si è ingenerata nel dibattito italiano (qui la nota del Mef), rimarcando che “le condizioni per l’accesso di un Paese ai prestiti del Mes non sono cambiate, anzi, per una fattispecie specifica, sono state sia pur solo parzialmente alleggerite”. Il ministro, inoltre, ha sottolineato l’accoglimento della richiesta italiana che la riforma fosse accompagnata da un pacchetto che comprendesse un accordo sullo Strumento di Bilancio per la competitività e la convergenza (il primo embrione di un bilancio dell’area euro) e una roadmap per il completamento dell’Unione bancaria. Infine, il Mef ha ribadito le certezze sui conti pubblici italiani, chiarendo che “l’Italia non ha avuto, non ha e non avrà bisogno dei prestiti Mes: il debito italiano è sostenibile, ha una dinamica sotto controllo anche grazie alla politica fiscale prudente e a sostegno della crescita che il paese porta avanti”.

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