Quando il design incontra l’attività investigativa attraverso il machine learning. Il progetto della University of London

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Giorgia Pelagalli
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Credit: Nick Youngson CC BY-SA 3.0 Alpha Stock Images

Avete mai pensato all’utilizzo del design e dell’architettura in un contesto forense? Oggi è possibile ed è quello che avviene nel Regno Unito, dove strumenti innovativi come il data mining o il machine learning, calano il design in un contesto giuridico e contribuiscono in maniera originale alla ricostruzione degli ambienti architettonici in cui avvengono eventi che devono essere discussi in giudizio. L’utilizzo di avanzate tecniche di progettazione è in grado di spingere l’evoluzione di una disciplina come quella del design verso applicazioni completamente nuove e dalla natura pluridimensionale.

E’ quello che accade nella Forensic Architecture (FA), un’agenzia con sede a Goldsmiths, University of London. Attraverso tecniche come, ad esempio, la modellazione 3D, la realtà virtuale e la cartografia ha fondato questo campo accademico emergente, l’architettura forense appunto, con lo scopo di sostenere il rispetto dei diritti umani e fornire supporto a indagini ambientali nelle aree più critiche del mondo.

Il team di ricercatori dell’agenzia è formato dalle figure professionali più disparate: architetti, sviluppatori di software, giornalisti, scienziati e avvocati contribuiscono in maniera integrata alla ricostruzione scientifica di prove fondamentali per la risoluzione dei processi. Le investigazioni, dunque, sono possibili solo se i casi sottoposti all’agenzia rispettano tre requisiti fondamentali: innanzitutto, devono presupporre la necessità di coinvolgere la dimensione architettonica. Poi devono riguardare i diritti umani o le questioni ambientali e devono offrire un’opportunità, per l’agenzia, di sviluppare nuove tecniche di ricerca. Una volta concluse le indagini, i risultati verranno presentati in aule internazionali, durante inchieste parlamentari, nelle assemblee delle Nazioni Unite, ma anche nei tribunali cittadini.

L’ATTACCO DI UN DRONE IN PAKISTAN

Uno dei casi di maggior successo è quello commissionato dallo UN Special Rapporteur on Counter Terrorism and Human Rights in seguito all’esplosione di un drone nel marzo 2012 a Miranshah, in Pakistan. In quel caso, i danni provocati dall’attacco sono stati documentati da un video girato con uno smartphone che, dopo qualche mese, è stato trasmesso dall’emittente statunitense Msnbc. Il filmato è composto da due sequenze distinte che si focalizzano sia sull’esterno che sull’interno dell’abitazione che ha subito l’attacco. L’analisi frame by frame ha facilitato la costruzione di un collage panoramico delle due scene. Dalla prima è stato possibile dedurre le coordinate del luogo e ricostruire la traiettoria del missile mentre la seconda ha permesso la riproduzione sia virtuale che fisica in scala 1:1 della stanza distrutta dal drone.

Il video ha giocato un ruolo fondamentale: gli elementi contenuti nei frame hanno rivelato informazioni cruciali per lo sviluppo delle indagini e la risoluzione del caso. Un insieme di prove essenziale, dal momento che le dimensioni ridotte dei missili e la soglia di rilevabilità delle immagini satellitari al tempo (la dimensione dei pixel era di 50cm x 50cm) sono tali da non consentire né di confermare, né di smentire l’esistenza di attacchi di questo tipo. Dall’analisi dei ricercatori dell’agenzia è stato possibile supporre che il missile sia entrato dal foro nel tetto e che sia detonato a mezz’aria, prima dell’impatto con il suolo. L’esplosione ha generato frammenti che hanno lasciato il loro segno sui muri. La forma e le dimensioni di queste tracce hanno permesso di identificare l’angolatura e la forza dell’impatto con le pareti. A conferma che nell’attacco fossero rimasti coinvolti civili, l’analisi e la ricostruzione della scena del crimine da parte dei ricercatori dell’agenzia hanno evidenziato la presenza di zone prive di segni dell’esplosione: i muri e le pareti presentavano le sagome delle vittime rimaste coinvolte nell’attacco.

Le dinamiche dell’evento hanno portato il team della Forensic Architecture a dedurre la tipologia di missile coinvolto, probabilmente un Romeo Hellfire II AGM-114R, per il suo design tra i più utilizzati nelle aree urbane.

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