Coronabond, cosa sono e perché l’Europa ancora non si convince

Articolo
Giulia Tani

Si chiamano coronabond e sarebbero i titoli comunitari emessi per finanziare le spese sanitarie e il rilancio dell’economia europea. La proposta è contenuta in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, in cui i leader di Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Lussemburgo, Irlanda, Grecia e Slovenia hanno chiesto, insieme anche al presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, una risposta fiscale audace coordinata a livello europeo. “Dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una istituzione dell’Ue per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia“, si legge nella lettera. Ma cosa sono? E come funzionerebbero?

Quella che stiamo vivendo è una situazione senza precedenti. Lo conferma pure l’allarme lanciato dal Fondo monetario internazionale: nel 2020 è in arrivo una recessione che sarà profonda almeno quanto quella innescata dalla crisi finanziaria del 2008, o addirittura peggiore. La sfida, secondo l’analisi di Mario Draghi pubblicata mercoledì scorso sul Financial Times, è “come agire con sufficiente forza e velocità per prevenire che una recessione si trasformi in una prolungata depressione, resa ancora peggiore da una pletora di default che lasciano danni irreversibili”. A fronte della temporanea chiusura di interi settori dell’economia, i Paesi dovranno proteggere la popolazione dalla perdita dei posti di lavoro. Ma per farlo, avranno necessità di un impiego di risorse straordinario. Proprio come in passato le guerre erano finanziate aumentando il debito pubblico, oggi la perdita di reddito del settore privato dovrà essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci dei governi.

A questo scopo, né i 25 miliardi di euro già stanziati dal governo italiano, né gli ulteriori 11 miliardi di fondi strutturali Ue destinati all’Italia saranno sufficienti. L’attivazione della clausola di sospensione del Patto di stabilità (approvata dall’Ecofin il 23 marzo) permette di aumentare la spesa pubblica in disavanzo, ma a un grave costo. Secondo il professore di economia dell’Università Bocconi Guido Tabellini, l’ingente sforzo fiscale richiesto all’Italia potrebbe portare a un’espansione del debito pubblico di oltre 10 punti del reddito. Il nostro livello di indebitamento, già elevato ben prima di questa emergenza, potrebbe dunque diventare insostenibile. Il rischio di una nuova crisi del debito sovrano non riguarda soltanto l’Italia, ma è condiviso anche da tutti i Paesi europei maggiormente colpiti dalla pandemia.

Ecco che entrano in campo i coronabond. Potrebbero diventare le prime obbligazioni emesse congiuntamente da tutti i 19 Paesi dell’Eurozona, ciascuno dei quali condividerebbe con gli altri l’onere di ripagare il debito. Tale garanzia permetterebbe ai titoli di poter contare su un rating da tripla A, di massima affidabilità sui mercati. A emetterli potrebbe essere il Meccanismo europeo di stabilità (MES), o la Banca europea degli investimenti (BEI), e la stessa Banca centrale europea potrebbe inserirli tra i titoli di organizzazioni sovrastatali che può acquistare sul mercato nelle sue operazioni di Quantitative easing. Sarebbe quindi possibile per i Paesi dell’Eurozona ottenere finanziamenti a basso costo, necessari per investire nel potenziamento dei sistemi sanitari e favorire la ripresa economica, senza gravare ulteriormente sui loro bilanci nazionali. I coronabond sono quindi, a tutti gli effetti, degli eurobond con una funzione ad hoc nell’emergenza e potrebbero costituire la prima forma di bilancio comune dell’Europa.

Il dibattito sugli eurobond prosegue da diversi anni. Ideati dall’ex presidente della Commissione europea Jacques Delors, sono stati portati alla ribalta per la prima volta nel 2011, individuati da più fonti come possibile soluzione alla crisi dei debiti sovrani. Il dibattito, tuttavia, si è sempre arenato a causa della ferma opposizione della Germania e gli Stati del Nord Europa. Le ragioni addotte dalla linea rigorista risiedono essenzialmente nella volontà di non incoraggiare fenomeni di cosiddetto azzardo morale nei Paesi del Sud, ovvero una gestione economico-finanziaria troppo allegra. Anche nell’eccezionale congiuntura corrente, Germania e Paesi Bassi preferirebbero che le nazioni in maggiore difficoltà ricorressero agli strumenti già disponibili, tra cui in particolare le linee di credito offerte dal Mes. L’erogazione di tali prestiti, tuttavia, è soggetta a stringenti condizionalità e potrebbe comportare una rilevante limitazione per i Paesi che vi fanno ricorso.

Le tensioni tra italiani, francesi e spagnoli da una parte e tedeschi e olandesi dall’altra sono emerse ancora una volta nel corso del vertice di giovedì 26 marzo che si è concluso senza alcun accordo. Gli Stati membri si sono dati due settimane per trovare una possibile intesa, forse a metà strada. L’auspicio è che ci riescano, per il bene dell’Italia e dell’Europa.