Il lockdown italiano, le materie prime essenziali e il principio di equivalenza

Articolo
Beppe Moro
Lockdown

L’emergenza Covid-19 ha portato l’Italia e i Paesi europei al lockdown: a restringere, prima, la libertà della circolazione dei propri cittadini e, poi, quella delle merci nel tentativo di arginare l’effetto di una pandemia che rimette in discussione i confini dell’area Schengen. Un quadro di sintesi su scala globale: ad oggi 12 Paesi su 26 dell’area Schengen hanno sospeso i termini e le condizioni dei patti ad esso sottesi.

In Italia, dunque, da un lato, il lockdown di cui al DPCM dell’11 marzo e, dall’altro lato, la sospensione delle attività definite non essenziali di cui al DPCM del 22 marzo scorso (con il susseguirsi in queste ore di diversi elenchi di attività ammesse con altrettanti codici ATECO) hanno portato rapidamente a una difficoltà nel reperimento delle materie prime per la produzione delle attività essenziali. È il caso, ad esempio, dell’intero settore del calzaturiero italiano e in particolare di quello relativo alla produzione di scarpe per operatori della manifattura italiana. Ma, il caso più eclatante è quello dei cosiddetti Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) per sanitari.

Per agevolare la produzione domestica di mascherine per sanitari e per civili, il governo ha scelto di derogare l’accreditamento CE negli articoli 15 e 16 del DL 18/2020 “Cura Italia”. La summa divisio sui dispositivi di protezione individuale è rappresentata agli articoli 15, DPI per sanitari e 16, DPI per lavoratori (non sanitari) e civili.

La deroga dell’accreditamento non ha tuttavia concesso ai produttori interessati la possibilità di far testare materiali diversi da quelli prescritti nelle normative UNI ISO 10993 e UNI ISO 14683 all’Istituto Superiore della Sanita (ISS) (II comma dell’art. 15) e all’INAIL (III comma dell’art. 15). Ne consegue che la deroga prevista alla procedura ordinaria di certificazione per i soli DPI per sanitari riguarda soltanto la tempistica e non gli standard tecnici e di qualità dei prodotti.

Questa qualificazione così stringente andrebbe bene in una fase del ciclo produttivo ordinario e non in una fase come quella che stiamo vivendo in queste settimane. Infatti, a causa del lockdown su buona parte della supply chain italiana, il testo della norma appare un controsenso, dato che i materiali tassativamente prescritti in Italia scarseggiano, e vengono invece prodotti massicciamente in altre realtà del mondo che per le ragioni richiamate in premessa – sospensione area Schengen – vengono bloccate in dogana.

Questo, dunque, blocca la manifattura italiana dal produrre i DPI per sanitari, richiesti in lungo e in largo a gran voce dai presidenti delle giunte regionali in queste ore.

Nell’untergrund (“sottosuolo” in tedesco) del quadro normativo italiano, corroborato da dottrina e giurisprudenza amministrativa, troviamo una possibile password, che consentirebbe alla manifattura italiana di mantenere un buon livello di competitività, garantendo, altresì, da un lato il lockdown e dall’altro lato la sicurezza dei nostri sanitari e degli operatori delle attività essenziali.

La parola chiave è il principio di equivalenza di cui al comma 7 dell’articolo 68 (Specifiche tecniche) del Codice dei contratti pubblici d.lgs. 50/2016. L’ambito di applicazione del principio di equivalenza è piuttosto ampio e permea l’intera disciplina dell’evidenza pubblica, rispondendo al principio del favor partecipationis e, dunque, della competitività di un determinato settore. Tale clausola è in uso in molti ambiti dell’apparato pubblico del nostro Paese. Dall’applicazione della metodologia BIM alla farmaceutica passando per il biomedicale. Al know how del materiale di cui alle certificazioni UNI ISO per i DPI dei sanitari andrebbe adatta la norma dell’articolo 15 accordando – per il periodo di emergenza – la tecnologia e il materiale equivalente.

In tutto questo ci viene in soccorso l’Europa con la direttiva 2014/24/UE del Parlamento e del Consiglio europeo del 26 febbraio 2014, all’articolo 42. Il legislatore europeo sancisce il “dialogo competitivo” tra imprese e stazioni appaltanti (anche su base transfrontaliera) confermando l’opportunità essenziale di assicurare che le specifiche tecniche vengano fissate in termini di requisiti funzionali e non siano redatte in modo da risultare discriminatorie. È mantenuta la possibilità di fare riferimento a standard a condizione che sia sempre consentito il ricorso a soluzioni alternative equivalenti.
Rispetto al passato (direttiva 18/2004), la direttiva 24 sottolinea che le specifiche tecniche devono (e non più dovrebbero) permettere l’apertura degli appalti pubblici alla concorrenza ed aggiunge la necessità di perseguire il conseguimento degli obiettivi di sostenibilità.
Infine, le specifiche tecniche devono consentire la presentazione di offerte definite sulla base dei criteri in materia di prestazione legati (1) al ciclo di vita e (2) alla sostenibilità del processo di produzione di lavori, forniture e servizi.

Da questa scelta, quantomai essenziale per i DPI dei sanitari italiani, discenderebbe certamente un made in di assoluta qualità e quantità, che aiuterebbe e non poco i ricercatori e le imprese al servizio dell’emergenza italiana (e transfrontaliera), come ad esempio nei due casi dell’Emilia Romagna e della Puglia. Nel primo caso a servizio delle imprese ci sono i laboratori di UniBo e del Tecnopolo di Mirandola (Modena) e nel secondo caso a servizio delle imprese c’è il PoliBa. Entrambe le esperienze forniscono linee guida di massima relative ai materiali e alla stratificazione di maschere filtranti, intese a limitare la trasmissione del contagio da coronavirus SARS-CoV-2.

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